Alla panoramica

Quando qualcuno muore, il suo «io digitale» continua a vivere.

07.09.2016 |
  • Società

Nadine Stutz – responsabile Comunicazione digitale presso Raiffeisen – spiega in questa intervista che oggi, oltre a quella terrena, esiste anche un’eredità virtuale da regolamentare. E dà alcuni consigli.

Recentemente Facebook mi ha invitata a fare gli auguri di compleanno a qualcuno morto da un paio di mesi. È piuttosto inquietante!

Nadine Stutz: Purtroppo accade spesso. Lo scorso anno solo in Svizzera sono morti circa 4’000 utenti di Facebook. Molti di loro continuano a vivere su Internet. E per i superstiti è spesso molto difficile intervenire.

 

In che senso?

Senza le informazioni di login, il computer di una persona defunta rimane inaccessibile. Lo stesso vale per gli account e-mail, i blog, i profili sui social network, le fotografie o i servizi a pagamento come Netflix o Spotify. Senza i dati di accesso, per i parenti è difficile, se non impossibile, entrare in questi account, gestirli o farli cancellare.

 

Tutto ciò può diventare costoso…

Questo è solo uno dei tanti aspetti. I contratti stipulati online sono reali, generano costi, hanno clausole, termini di disdetta, ecc. E anche conseguenze reali sotto l’aspetto legale. Chi svolge numerose attività tramite e-mail, dovrebbe assolutamente essere consapevole dell’importanza di garantire l’accesso ai discendenti. Infatti, se gli eredi non sono al corrente delle relazioni d’affari online del defunto, spesso scoprono l’esistenza di crediti esigibili solo quando ricevono una lettera dall’ufficio di esecuzione.

 

Il suo consiglio?

Designare per tempo una persona di fiducia che si occuperà dei dati personali. Occorre passarle anche tutti gli accessi a Internet e i relativi contratti, con i relativi diritti e i doveri. In sintesi: bisogna regolamentare per tempo l’eredità digitale.

 

Che cosa rientra nell’eredità digitale?

Tutto ciò che una persona possiede online. Fotografie, video amatoriali, account sulle piattaforme dei social media, anche monete digitali e nomi di domini riservati.

 

Anche i download da iTunes e gli e-book?

Finora la musica e i libri acquistati su Internet non sono trasferibili, essendo venduti con una licenza d’uso che scade alla morte dell’utente. Se gli eredi non conoscono i dati di login, tutto questo va semplicemente perduto. È tuttavia sorprendente: da sempre stabiliamo per testamento che cosa accade ai nostri beni quando moriamo. Così vuole la tradizione ed è un fatto scontato. Ma i dati personali? Manca la consapevolezza che i dati digitali oggi ci appartengono come l’automobile o il conto bancario.

 

Per l’automobile e il conto bancario c’è il diritto di successione. Come è giuridicamente regolamentata l’eredità digitale?

Non c’è unanimità. La maggioranza dei giuristi sostiene che l’eredità digitale va disciplinata dal diritto di successione: i dati sono assimilabili ai documenti e rientrano pertanto nella massa ereditaria. Mentre i gestori delle piattaforme affermano spesso e volentieri che i dati sono dell’utente e decadono con la morte di quest’ultimo.

 

In altre parole, non esistono norme uniformi.

Non ancora. Si stanno però cercando soluzioni. Ad esempio negli USA qualcuno ha proposto di concedere semplicemente agli eredi l’accesso a tutti gli account del defunto, a meno che quest’ultimo abbia redatto un testamento che prevede altrimenti. Ma i provider sono insorti, in nome della tutela della privacy e di altre clausole contrattuali. Dall’idea originaria è poi scaturita l’attuale prassi: i provider decidono autonomamente se e come rendere noti i dati o negare l’accesso.

 

I titolari degli account non possono imporre nulla ai provider?

La decisione di mettere a disposizione dei parenti i dati di accesso a un account spetta agli operatori. Un diritto generale non esiste. Ovviamente l’informazione sui decessi non riguarda i gestori delle piattaforme. Nell’attuale discussione sui dati, quasi tutto verte sulla sicurezza, la protezione e l’utilizzo dei dati degli utenti, ma degli utenti in vita. Ci si concentra su questioni come quale azienda detiene quali dati e come li utilizza. Che cosa succede alla morte dell’utente è un argomento quasi del tutto trascurato.

 

Per quale motivo?

Per mancanza di consapevolezza da parte degli utenti, ma anche di numerosi gestori di piattaforme. Va detto che grandi aziende come Facebook e Google hanno ormai installato funzionalità che permettono agli utenti di dare disposizioni in caso di morte. Facebook dà la possibilità di designare una persona autorizzata a richiedere la cancellazione del profilo del defunto. Oppure di mantenerlo, ma senza funzioni attive, ovvero di impostare lo stato di «account commemorativo». Per i suoi servizi Google offre invece la cosiddetta «gestione account inattivo», che permette di stabilire nelle impostazioni di riservatezza come procedere se la piattaforma non viene utilizzata per un determinato periodo di tempo.

 

Qual è la situazione giuridica in Svizzera?

Nel 2014 il parlamento ha approvato il postulato «Regole per la morte digitale», finalizzato a trasferire il diritto di successione nel mondo virtuale, in modo che i profili su piattaforme come Twitter e Instagram possano essere ereditati come avviene per i gioielli e il denaro. La macchina della burocrazia procede però lentamente e dunque possono passare anni prima che si trovi una soluzione. Per il momento ognuno deve pertanto ancora occuparsi personalmente del proprio lascito digitale. A questo scopo è in primo luogo necessario allestire un inventario digitale con i dettagli della propria esistenza online. In secondo luogo, occorre dare disposizioni in caso di morte e in terzo luogo nominare un amministratore dell’eredità digitale.

 

L’eredità delle caselle postali e degli account e-mail andrebbe assolutamente regolata quando si è in vita.

Sì, dando disposizioni nel testamento. Oppure con uno scritto autenticato da un notaio e depositato in cassaforte o presso una banca. Ma esistono anche soluzioni più semplici.

 

Ad esempio?

Gestire le password in maniera sicura su un cloud personale, depositando in un luogo sicuro la relativa password di accesso, a disposizione della persona cui si desidera affidare la propria eredità digitale. In caso di decesso del titolare, questa persona riceve la password per venire a conoscenza di tutte le altre e ha in tal modo accesso all’eredità digitale del defunto.

 

Ancora più semplice sarebbe annotare tutte le password su un libretto e conservarlo con cura.

Semplice sì, ma con il rischio che la lista non sia sempre perfettamente aggiornata. Personalmente cambio ad esempio determinate password fino a due volte al mese e dubito che ogni volta mi ricorderei di aggiornare la lista cartacea. Nel mio cloud ciò avviene automaticamente e tutte le password sono attuali.

 

Il cloud non piace a tutti, una lista manuale è troppo poco sicura. Ci sono altre possibilità?

Nell’industria finanziaria ci si sta adoperando per riuscire a mettere a disposizione della clientela una sorta di cassaforte per i dati. Al riguardo, le banche e le assicurazioni sono gli enti predestinati, essendo la sicurezza la loro essenza e ragione d’essere. Gestiscono già oggi una buona parte della nostra vita, dal testamento, ai gioielli fino al nostro denaro. E allora perché non i nostri dati? Anche di questo bisognerebbe parlare con il proprio consulentebancario.

 

E se il defunto ha trascurato di farlo?

Allora, con un lavoro da certosini i già provati superstiti devono passare al vaglio tutti gli estratti bancari e i conteggi delle carte di credito del defunto per comporre, tessera dopo tessera, il puzzle della sua vita online. E poi, con il certificato di morte o quello di successione, andare dai singoli fornitori di servizi e partner contrattuali, sperando nella loro collaborazione.

 

Sperando?

In mancanza di regole unitarie, i gestori delle piattaforme si comportano in maniera molto diversa. Dietro presentazione dei suddetti certificati, alcuni comunicano i dati di accesso, altri cancellano l’account senza tuttavia rendere noto niente. E una minoranza prima di cancellare l’account masterizza i dati del defunto su un cd o li carica su una chiavetta USB.

 

Riassumendo, come si comporta l’homo digitalis modello?

Regola la sua eredità digitale come quella terrena. Conferisce una procura, autenticata da un notaio, a un familiare, un amico o al consulente patrimoniale, in cui è espressamente menzionato che tale persona ha accesso all’eredità digitale e che è autorizzata a gestirla. Ciò permette di disciplinare i rapporti contrattuali online, di chiudere gli account e – last but not least – di tutelarsi da eventuali truffe o abusi.

 

Lei corrisponde a questo modello?

Abbastanza: gestisco le mie password in un cloud personale. Due persone di fiducia conoscono la password per il cloud. Sulle piattaforme in cui sono attiva, sto attualmente filtrando le informazioni concernenti i miei dati in caso di morte. Ho intenzione di regolamentare tutto quanto è possibile. Non voglio assolutamente che i miei cari si imbattano nei miei tweet quando non ci sarò più.