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23.09.2025

Industria farmaceutica svizzera sotto pressione: grande rischio con gli Stati Uniti?

  • Con una quota di esportazione del 28 per cento, gli Stati Uniti sono il mercato più importante dell'industria farmaceutica svizzera
  • I dazi sono relativamente gestibili, ma le regolamentazioni dei prezzi avrebbero pesanti conseguenze
  • Lo scenario più probabile è un compromesso con dazi nulli o contenuti e riduzioni selettive dei prezzi
  • Il futuro del settore non dipende dalla politica statunitense; la Svizzera deve riuscire ad affermarsi nella concorrenza globale tra nazioni

San Gallo, 23 settembre 2025. L'industria farmaceutica è il motore della crescita in Svizzera: produce quasi il 10 per cento del prodotto interno lordo, dal 2020 contribuisce per circa il 40 per cento alla crescita economica annuale e genera oltre la metà di tutte le esportazioni. La dipendenza dal mercato statunitense è particolarmente marcata. Circa il 28 per cento delle esportazioni farmaceutiche è diretto negli Stati Uniti. Secondo gli economisti di Raiffeisen Svizzera questo valore non rispecchia l'effettiva importanza, in quanto circa la metà dell'eccedenza commerciale del settore farmaceutico proviene dagli Stati Uniti e molte aziende realizzano lì la maggior parte del proprio fatturato. Gli Stati Uniti sono quindi al contempo uno sbocco commerciale chiave e un tallone d'Achille, perché il mercato è soggetto a una forte pressione politica. Un'analisi degli economisti di Raiffeisen Svizzera mostra quali sono i fattori alla base della dipendenza dal mercato statunitense nonché l'effetto della forte pressione politica sulle aziende farmaceutiche locali.

 

Gli Stati Uniti sono a sé per quanto riguarda i prezzi elevati dei farmaci

Il governo statunitense ha due obiettivi: riportare la produzione negli Stati Uniti e abbassare i prezzi dei farmaci. Quest'ultimo progetto gode di particolare popolarità, perché i prezzi dei medicinali negli Stati Uniti sono tra i più alti al mondo: complessivamente gli americani pagano circa il 178 per cento in più per i farmaci rispetto alla media globale, percentuale che per i prodotti originali sale addirittura al 322 per cento in più. Anche a confronto con la costosa Svizzera, i prodotti protetti da brevetto negli Stati Uniti sono più cari del 239 per cento. La ragione principale dei prezzi elevati è da ricercarsi nella frammentazione del sistema assicurativo, che consente alle casse malati e agli intermediari di imporre prezzi e sconti in modo poco trasparente. Oltre alla minaccia di dazi settoriali fino al 250 per cento, le grandi aziende farmaceutiche sono state esortate a ridurre i prezzi.

 

I dazi sono relativamente gestibili

Gli effetti economici di questi due progetti sono in contraddizione, perché i dazi fanno aumentare i prezzi, mentre la regolamentazione mira a ridurli. Ciò spiega anche perché finora i prodotti farmaceutici siano in gran parte ancora esclusi dalle misure doganali imposte. «L'efficacia dei dazi sarebbe limitata, poiché possono essere in parte aggirati con adeguamenti strategici nelle catene di fornitura o spostando la fase di imballaggio finale in paesi con dazi più bassi; per di più non sono uno strumento adeguato per riportare in modo duraturo la produzione sul territorio nazionale. La costruzione di nuovi stabilimenti produttivi negli Stati Uniti richiede anni, è costosa e il processo di approvazione è lungo e complesso», afferma Fredy Hasenmaile, Economista capo di Raiffeisen Svizzera.

 

Le regolamentazioni dei prezzi avrebbero conseguenze ben più gravi

Le riduzioni dei prezzi, politicamente più difficili da conseguire, avrebbero conseguenze di vasta portata. L'introduzione di un cosiddetto «principio della nazione più favorita» comporterebbe che i prezzi dei farmaci vengano allineati al prezzo più basso richiesto in un altro paese sviluppato. «Le regolamentazioni dei prezzi rappresentano il rischio nettamente maggiore per le imprese farmaceutiche svizzere, poiché non solo andrebbero a colpire i margini, ma potrebbero anche determinare notevoli cali di fatturato», spiega Fredy Hasenmaile. E per di più mettono a repentaglio la forza innovativa. «In Europa, che funge da mercato di riferimento per gli Stati Uniti, ciò potrebbe comportare un aumento dei prezzi. Per evitare che i prezzi bassi in Europa servano da riferimento per gli Stati Uniti, le aziende potrebbero ritardare il lancio di nuovi prodotti sul mercato».

 

Un compromesso è lo scenario più probabile

Secondo gli economisti di Raiffeisen la soluzione più probabile è un compromesso sotto forma di dazi settoriali nulli o contenuti, uniti a sconti selettivi e gestibili e a promesse d'investimento. Le case farmaceutiche potrebbero, ad esempio, proporre di ridurre i prezzi dei prodotti per i quali la protezione brevettuale sta per scadere. Il governo Trump potrebbe vendere questo «deal» come un successo di politica interna. Per il settore farmaceutico svizzero ciò implicherebbe una leggera contrazione dei margini negli affari statunitensi e un parziale spostamento di alcune fasi produttive negli Stati Uniti per ridurre i rischi. Le attività di ricerca e sviluppo rimarrebbero presumibilmente in Svizzera. «Le conseguenze sarebbero contenute: meno esportazioni e investimenti, ma nessuna crisi strutturale. Allo stesso tempo il processo di decentramento, già in corso, si velocizzerebbe. Le tensioni geopolitiche e la pandemia da coronavirus hanno infatti messo in luce la vulnerabilità delle catene di fornitura globali», afferma Fredy Hasenmaile. Tutta l'industria farmaceutica ha reagito con una maggiore regionalizzazione: le fasi di produzione vengono avvicinate sempre di più ai rispettivi mercati. Già oggi le aziende farmaceutiche e chimiche svizzere danno lavoro a oltre 60'000 persone negli Stati Uniti.

 

Non perdere di vista le sfide a lungo termine

Nonostante le attuali incertezze, le prospettive a lungo termine per l'industria farmaceutica svizzera rimangono positive: l'invecchiamento della popolazione mondiale, l'elevato potenziale d'innovazione e la posizione consolidata nell'ambito della ricerca e dello sviluppo offrono opportunità. Soprattutto le imprese svizzere specializzate nella produzione su commessa come Lonza, Bachem o Siegfried, che hanno capacità produttive negli Stati Uniti, beneficiano della possibilità di sviluppare in loco i principi attivi e di produrre farmaci per conto di aziende farmaceutiche. Ma, considerata la grave minaccia rappresentata dai dazi settoriali, non si devono perdere di vista le sfide a lungo termine del polo farmaceutico svizzero. «La Svizzera perde terreno nella competizione internazionale: piazze emergenti come Cina e Singapore stanziano enormi investimenti e intendono diventare i nuovi punti di riferimento nel settore della ricerca e dello sviluppo. La Svizzera deve preservare i suoi attuali vantaggi per restare un polo chiave per la ricerca scientifica. Serve una strategia lungimirante per mantenere la competitività anche a lungo termine», spiega Fredy Hasenmaile. I primi sviluppi si stanno già delineando: a livello politico, alla luce degli attuali avvenimenti si sta nuovamente discutendo di una strategia farmaceutica svizzera, un dibattito importante sul settore chiave del paese.