Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Mai veramente nel modo giusto

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Edizione 23.09.2020 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

L'anno scorso mi è giunta una brutta notizia su un mio ex compagno di scuola, con cui avevo fatto la maturità e che dopo il liceo avevo perso completamente di vista. Due compagni che erano nella nostra stessa classe mi hanno riferito che è si è ridotto molto male. Davvero molto profondo. Vive già da molto tempo all'estero e non ha mai lavorato veramente. Inoltre, da qualche tempo è anche un senzatetto. 

Ma quel che è peggio è che spende in sigarette gran parte dell'esiguo aiuto che gli versa l'assistenza sociale dello Stato. A quel punto ero già piuttosto esterrefatto, considerato che a scuola era più bravo di me e in realtà mi aspettavo che sarebbe stato al sicuro per tutta la vita con i piedi ben piantati per terra e che sarebbe sicuramente diventato qualcuno, come si usa dire in questi casi. Allora mi sono messo alla ricerca sul web e sono effettivamente riuscito a trovarlo. Il suo profilo sui social media illustra, tuttavia, un quadro totalmente diverso da quello che mi è stato riferito. Posta attivamente innumerevoli contributi su qualsiasi argomento, soprattutto però si professa un cosiddetto negazionista del Covid, persino quasi militante attivista. Sarebbe tutto una grande menzogna e le misure adottate dai governi esagerate. Anziché dominare e comandare a bacchetta le persone sottraendo loro la libertà, bisognerebbe fare in modo che tutti quanti abbiano un tetto sopra la testa. È evidente che lo Stato non potrà mai accontentarlo: secondo lui lo Stato o fa troppo oppure fa troppo poco.

Indubbiamente qui si tratta di un caso estremo, ma forse anche voi avrete già sentito qualche volta la frase seguente: «Non riesco mai ad accontentarti. Qualsiasi cosa faccia non è mai giusta per te!» Affermazione che trasuda di disperazione, e che non di rado rappresenta l'inizio della fine di una relazione. È sicuramente alquanto increscioso in questo ultimo caso discutere su di chi sia la colpa, ma per una volta possiamo anche considerare la questione sotto un punto di vista meramente economico. Chi dice una frase del genere, non fornisce ciò che l'altro desidera, anche se all'apparenza sembra che si stia prodigando al proposito. È per così dire un offerente che non soddisfa mai la domanda. Ed è esattamente questo il ruolo che svolge attualmente lo Stato. Nel pensiero economico neoliberista lo Stato dovrebbe astenersi il più possibile dall'intervenire a prescindere dalla materia in questione. Considerato che, stando alla convinzione alla base di questa ideologia, è il mercato a fornire il miglior risultato, attraverso la libera interazione tra la domanda e l'offerta. Inoltre, lo Stato è ben lungi dall'essere così efficiente nella gestione della domanda e dell'offerta come la cosiddetta «mano invisibile». Il che va bene, ma che cosa succede quando le forze del mercato vengono neutralizzate? In questo caso la logica è chiara e univoca. Ed è allora il momento in cui lo Stato deve intervenire. Ma chi stabilisce, quando, dove e in quale modo?

 

Aiutami, lasciami in pace!

La risposta è: tutti. Tutti pensano di sapere meglio e tutti hanno una propria opinione distinta. Tuttavia, ognuno di noi ha anche un'idea differente su che cosa lo Stato dovrebbe (ora) fare o tralasciare di fare. Ovviamente che non si riesca a trovare un consenso in questo ambito è del tutto naturale, dato che come ben sappiamo: ciascuno pensa per sé stesso, a maggior ragione in situazioni di crisi come quella che stiamo attualmente attraversando. Ciononostante, un certo grado di consenso vige comunque. Stando alle idee del mio ex compagno di liceo, lo Stato dovrebbe mettere a sua disposizione più soldi (per le sigarette?). In una società del benessere lo Stato dovrebbe dunque contrastare con veemenza la povertà e il fenomeno dei senzatetto. La «questione della colpa» non si pone in questo postulato. A prescindere dal motivo per cui il mio ex compagno sia giunto in una tale condizione, lo Stato dovrebbe cortesemente prenderlo sotto la sua ala protettiva e dargli una mano. Tuttavia, se lo Stato gli ordina di portare una mascherina in un luogo pubblico è un'esagerazione non ammissibile. Di conseguenza, si rifiuta categoricamente. Lo Stato non deve azzardarsi a limitare la sua libertà. Amore per la libertà ma dipendenza? In questo connubio c'è qualcosa che non va. Ma è proprio in direzione di questo paradosso che ci stiamo muovendo ora. 

 

Il federalismo promuove la proliferazione incontrollata di regole

E questo vale anche per il nostro Paese. All'inizio della crisi del corona l'onorevole intervento da parte della Confederazione è stato accolto in maniera ampiamente positiva. Anzi, all'inizio è stato persino contestato alla Confederazione di aver agito con troppo ritardo. Le indennità per lavoro ridotto e i crediti COVID-19 sono andati a ruba, via come il pane, e le organizzazioni di associazione si sono date man forte una dopo l'altra in successione a Berna, per cercare di convincere la Confederazione a sostenere la propria clientela. Il lockdown parziale imposto all'inizio è stato ancora ben accetto, ma l'opposizione è germogliata ben presto. L'atteggiamento si è infatti capovolto: il tacito consenso si è trasformato sempre più in critica persistente. E di conseguenza la Confederazione perdeva via via consensi restando sempre più sola. Il Parlamento, i Cantoni e in ogni caso innumerevoli cittadini erano stanchi di farsi dettar legge in misura sempre maggiore dalla Confederazione. Ed è così che siamo giunti alla situazione in cui ci troviamo attualmente. Secondo il principio della sussidiarietà, la Confederazione ha ceduto ai Cantoni il pomello del comando, che all'inizio molti non erano affatto in grado di manovrare. A Berna era infine rimasto solo il ruolo del tesoriere, allorquando si doveva rimediare ai casi di rigore. In cambio ora vige una proliferazione incontrollata di regole. E questo non è affatto un fenomeno meramente svizzero. Anche all'estero adesso si interviene in maniera differenziata a livello regionale, al fine di tenere maggiormente in debita considerazione le particolarità locali. In un numero sempre minore di Stati vengono emanati ordini o divieti validi a livello nazionale, bensì in contropartita a livello locale o regionale. Tuttavia, questo non è riconducibile a un nuovo buon senso che è venuto a crearsi in generale, ma piuttosto all'obiettivo di evitare di dover imporre di nuovo un lockdown nazionale. Infatti, nel nostro Paese quasi tutti si opporrebbero a una tale evenienza. Io lavoro nel Cantone di Zurigo, ma abito nel Cantone di Zugo. A Zurigo vige l'obbligo di portare una mascherina nei negozi, mentre nei Cantoni limitrofi non è stato imposto alcun obbligo. Al momento infatti non sono pochi gli «zurighesi» che vanno a fare la spesa a Pfäffikon, Spreitenbach o da qualche altra parte al di fuori del Cantone di Zurigo, perché non trovano affatto divertente fare gli acquisti portando tutto il tempo una mascherina. O perlomeno ciò è quanto sostengono i «frontalieri cantonali» interpellati in tal senso. Non riesco a immaginare che questo modo di pensare e agire degli zurighesi sia un esempio da seguire in tale contesto né tanto meno che in Argovia o nel Cantone di Svitto possa essere accolto positivamente, al di fuori ovviamente dei centri commerciali locali che beneficiano di tali effetti di fuga. Viene così aggirata l'auspicata differenziazione regionale delle misure volte a contrastare il coronavirus. 

 

La crisi divide la nazione

Ad ogni modo sembra che i Cantoni adottino malvolentieri provvedimenti che scontentano i loro cittadini. Infatti, finora hanno preferito lasciare questo compito ingrato – e presumo con grande sollievo – alla Confederazione. La quale, però, al termine della situazione straordinaria a fine giugno ha ribadito chiaramente che ora la competenza passa ai Cantoni e che sono loro adesso a dover adottare le eventuali misure necessarie. E ciò spiega anche la proliferazione incontrollata di regole che vige da allora, e che non si può giustificare con il numero di casi o con altre cifre statistiche. E ciò che altresì colpisce è il fatto che in numerosi Cantoni si continua a parlare in qualche modo dell'Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) allorquando si tratta di comunicare le condizioni. Sembra proprio che alcuni Cantoni intendano ascrivere alla Confederazione la responsabilità delle limitazioni adottate ovunque. Anche le poche istruzioni della Confederazione, che riguardano presumibilmente la quarantena, sono sostenute soltanto a malavoglia e vengono attribuite comunque chiaramente sempre a Berna. Ad esempio, in seguito alla notizia diffusa dalla stampa l'altro ieri che un padre di famiglia di Wädenswil si è rifiutato di mettere in quarantena sua figlia di sette anni, il Dipartimento della sanità del Cantone di Zurigo ha dichiarato quanto segue: «Le istruzioni in merito alla quarantena sono state emanate dall'Ufficio federale della sanità pubblica. Il Cantone di Zurigo applica queste direttive». A questa affermazione mancava solo il termine «soltanto» posto dopo il verbo e prima del complemento oggetto. Di contro, quando si tratta di rimediare sul piano finanziario ai casi di rigore, la Confederazione è chiamata in causa più che mai. Qui le richieste non hanno limiti. Tuttavia, chi paga non è detto che debba anche comandare.