Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Poco spettacolare, ma stabile

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Edizione 02.06.2021 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

Nel primo trimestre 2021 l'economia svizzera ha di nuovo accusato una modesta contrazione, che considerate le misure adottate per contrastare il coronavirus era peraltro attesa e non ha sorpreso nemmeno per quanto riguarda la portata. Una flessione dello 0.5 % rispetto al trimestre precedente è ampiamente sopportabile, anche se la strada verso la ripresa è tuttora altalenante e alcuni settori si ritrovano ancora vicini al baratro. In primis il comparto della ristorazione, il quale è stato il più colpito in assoluto dal lockdown, con una contrazione del 30.4 %.

Negli Stati Uniti l'economia ha invece registrato un incremento di ben il 6.4 % nel primo trimestre. Sin da ora è evidente che la recessione causata dal coronavirus entrerà negli annali come la più breve nella storia dell'economia a stelle e strisce, anche se è stata una delle più virulente. Al crollo della prestazione economica nel secondo trimestre pari al 31.4 % proiettato su base annua è seguito un ribalzo nell'estate 2020 del 33.4 %. Un team di esperti del National Bureau of Economic Research (NBER) giungerà probabilmente nelle prossime settimane al risultato relativo alla durata della recessione. Dato che finora è stato stabilito soltanto il punto di inizio della recessione – ossia il periodo dopo febbraio 2020 – ma non la fine, anche la rispettiva durata precisa non è ancora stata fissata con esattezza, però la recessione dovrebbe essere probabilmente terminata al più tardi a fine maggio 2020. Il crollo più breve registrato in precedenza nella storia degli Stati Uniti risale agli inizi del 1980 e durò sei mesi.

L'NBER definisce la recessione non in maniera «tradizionale» come una flessione della prestazione economica che perdura almeno due trimestri consecutivi, bensì come una contrazione sostanziale dell'attività economica che si protrae per più mesi. A prescindere da come si definisce in ultima analisi la recessione e se la sua durata è di un mese più lunga o più corta, in dodici mesi negli Stati Uniti è successo qualcosa di straordinario e sorprendente. Sebbene su base annua non vi è stato alcun lavapiatti che si è trasformato in milionario, visto che ormai questo mito appartiene al passato, l'ingerenza tanto audace quanto spietata nella politica economica fa apparire il bilancio degli ultimi dodici mesi in splendida forma. I repubblicani e democratici hanno in effetti provveduto in tal senso con una sorta di «elicottero monetario», ovvero degli assegni per più o meno tutte le economie domestiche negli USA.

Ma in tutta onestà: è meglio conseguire un terzo del reddito in meno da un giorno all'altro per un periodo che si estende su tre o forse quattro mesi e poi tornare in maniera fulminea di nuovo al livello antecedente al crollo? Oppure sono preferibili delle contrazioni un po' più moderate, come si è verificato ad esempio in Svizzera nell'ultimo anno – nello specifico il «nostro» crollo nell'anno passato è stato infatti quattro volte più debole di quello registrato negli Stati Uniti – e poi un ritorno analogamente rapido al livello iniziale? Nessuna perdita di posti di lavoro da un giorno all'altro, bensì lavoro ridotto e indennità per casi di rigore? Chi ora considera il fantastico rimbalzo dell'economia statunitense come una sorta di superiorità dell'economia a stelle e strisce rispetto agli alterchi e ai tentennamenti europei, dimentica che alle nostre latitudini, ma anche in numerosi altri stati del resto dell'Europa (occidentale), sussistono migliori meccanismi di copertura per i casi di rigore sociale rispetto al paese delle possibilità infinite e che in confronto agli USA qui da noi sono pochi quelli a cadere grazie alla rete di protezione adottata su larga scala. Già nel 2009/2010 gli Stati Uniti hanno saputo mettere a segno un piccolo miracolo economico, riuscendo a superare quale prima grande economia nazionale la recessione sulla scia della crisi dei subprime. Ma anche allora ciò era stato preceduto da un vero e proprio bagno di sangue. Certo, centinaia di milioni di disoccupati hanno poi ritrovato gradualmente un nuovo posto di lavoro e gli innumerevoli senza tetto sono riusciti di nuovo a permettersi un appartamento in un secondo momento. Tuttavia, dapprima hanno però dovuto vivere nelle tendopoli allestite nelle periferie e nelle agglomerazioni delle grandi metropoli economiche, dopo che avevano dovuto andarsene in fretta e furia dalle proprie abitazioni di proprietà. In questo triste periodo in Svizzera mi è rimasta impressa l'immagine di un solo piccolo accampamento. A Zurigo, dapprima alla Paradeplatz e poi al Lindenhof, si era infatti «accampata» una manciata di rappresentanti del movimento Occupy-Paradeplatz. Si badi bene su base volontaria, a differenza dei numerosi statunitensi che non hanno avuto scelta. La politica economica americana potrà anche essere spettacolare quando si tratta di azioni di salvataggio a breve termine incredibilmente costose, tuttavia il nostro sistema non ha nemmeno bisogno di questo genere di iniziative, poiché dispone di una preparazione molto migliore per affrontare le crisi rispetto agli Stati Uniti. Pertanto, rinuncio volentieri alla spettacolarità, in particolare a quella che lascia soltanto grandi oneri a carico delle future generazioni. È spettacolare ad esempio la considerazione della quota netta dell'indebitamento pubblico, che comprende non solo i debiti bensì anche le pretese degli stati nei confronti di terzi. In tale ambito gli Stati Uniti sono avanzati in graduatoria e si collocano ora all'ottavo posto su scala mondiale. Nettamente prima di paesi come Zambia, Colombia, Albania o Figi. La Svizzera si situa con un bel distacco al settantesimo posto (su ottantotto)!