Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Sostenibilità – la parola del momento

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Edizione 08.07.2020 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

La parola è attualmente sulla bocca di tutti. Mi riferisco alla sostenibilità. Nessuna azienda con una pur minima esposizione mediatica, a prescindere dal settore di appartenenza, può oggi ancora permettersi di ignorare questo aspetto. Se l'altro ieri si ricercava il termine «sostenibilità» su Google, si ottenevano per l'italiano ben 48'400'000 risultati. Il corrispondente termine inglese, «sustainability», ne dà addirittura 20 volte tanto, ossia quasi un miliardo.

Chi però crede che si tratti di una cifra spropositata si sbaglia di grosso, in quanto vi sono parole che influenzano molto meno la nostra società e soprattutto il nostro futuro, ma al contempo vengono ricercate in rete con frequenza assai maggiore. Sapete bene a cosa mi riferisco. E questo è di per sé già molto eloquente. Ovviamente Internet non è l'ombelico dell'umanità, ma rispecchia comunque fedelmente le tendenze popolari, e al momento la sostenibilità ne fa senz'altro parte. Ma spesso si tratta soltanto di un'etichetta, un vocabolo come tanti altri impiegato più o meno a sproposito nell'uso quotidiano.

Durante la mia infanzia, «sostenibilità» era una parola esotica, quasi straniera. Avevo otto anni quando era stato fondato il Club di Roma, a cui viene unanimemente riconosciuta la paternità del concetto di «futuro sostenibile». Allo stesso modo, ricordo vagamente che verso la fine degli anni '80 mi ero imbattuto per la prima volta in ambito professionale nel termine di sostenibilità – da non confondere con quello di ecologia, ai tempi già piuttosto in voga. Erano i tempi in cui l'edilizia, l'ambito in cui lavoravo all'epoca, cercava di riposizionarsi come settore sostenibile. Bisogna sapere che allora in una benna per macerie finivano detriti e scarti delle tipologie più disparate, e questa accozzaglia di materiali più diversi veniva conferita in discarica o addirittura bruciata. Chi oggi osserva come viene demolita una casa, constaterà subito che vengono utilizzate diverse benne – ad esempio per legno, inerti o metallo. Si tratta di un notevole progresso rispetto al passato, e senz'altro non l'unico. Il recupero e il riciclaggio dei materiali erano stati le basi per questo salto quantico – almeno per le condizioni di allora – compiuto dal settore edilizio. Si trattava ovviamente anche e soprattutto di una questione di immagine, in quanto ai tempi edilizia ed ecologia non andavano esattamente a braccetto. Oggi bisogna riconoscere all'edilizia e al settore immobiliare non solo di aver fatto progressi formidabili sotto il profilo della sostenibilità, ma anche di svolgere un ruolo pionieristico. Lo stesso non si può invece certo dire per il settore automobilistico. In un periodo all'incirca coevo al sistema delle benne multiple era scoppiato il boom del riciclaggio dei rifiuti. Le economie domestiche private separavano quindi la spazzatura, conferivano il vetro nei punti di raccolta o mettevano la carta straccia e/o il cartone davanti alla porta di casa nei giorni di raccolta – senza dubbio un progresso rispetto al passato. In realtà la sostenibilità è molto di più. Ma su questo argomento tornerò più tardi.

 

Crescita a ogni costo

L'umanità e soprattutto le sue esigenze sono cresciute con ritmi molto più rapidi rispetto agli sforzi per l'ambiente, con la conseguenza che nel contesto della globalizzazione la spazzatura non viene oggi più smaltita soltanto nelle discariche di prossimità dei benestanti, bensì finisce in quantità cospicue nei Paesi in via di sviluppo o direttamente negli oceani. La nostra presunta sostenibilità si trasforma quindi in una minaccia per altre persone, di norma più deboli. Per quanto non misurabile la correlazione tra crescita economica e protezione dell'ambiente rimane negativa, poiché i danni ambientali non hanno prezzi di mercato. Di sicuro, sono tutt'altro che sostenibili. Eppure alla mente viene sempre e soltanto il nostro bilancio CO2. Per quanto i nostri veicoli e i riscaldamenti siano oggi più efficienti e dotati di catalizzatori o filtri antiparticolato, molte tratte ferroviarie siano completamente elettrificate e la produzione industriale sia complessivamente «più pulita», anche in questi casi la «società delle pretese» (che rimane comunque una società dell'usa e getta) gioca un tiro mancino ai più nobili sforzi a favore della «sostenibilità». Perché, per quanto più «risparmiosi», i veicoli diventano sempre più grandi e pesanti. Allo stesso modo l'efficienza energetica del parco di immobili è nettamente maggiore, ma al contempo viviamo in spazi sempre più ampi. Di conseguenza il consumo aggiuntivo erode i progressi di produttività – a evidente discapito della sostenibilità. A ciò si aggiunge il fatto che il nostro comportamento assume tratti talvolta paradossali. Così abbiamo pannelli fotovoltaici sul tetto della nostra casetta unifamiliare un'auto elettrica in garage, ma al contempo nessuna «flight shame» e ogni anno facciamo un paio di crociere attorno al mondo. I tappi di alluminio vengono raccolti con cura certosina, ma frutta e verdura sono imballate in confezioni, sacchetti e sacchettini di plastica – qui in Svizzera forse un po' meno, perché gli imballaggi hanno un costo non indifferente. E di paradossi come questi ne esistono a bizzeffe, i quali portano a una visione soggettivamente situativa del comportamento proprio e delle altre persone, con un conseguente netto peggioramento del risultato del bilancio di sostenibilità. Perché in ultima analisi anche la sostenibilità viene spietatamente sacrificata sull'altare della crescita.

 

Conflitto generazionale

Ignoravo che il concetto di sostenibilità fosse stato utilizzato già nel 1713 dal sovraintendente minerario e forestale sassone Hans Carl von Carlowitz in relazione alla silvicoltura, con una spiegazione tanto semplice quanto diretta e illuminante: bisogna abbattere soltanto un numero di albero pari a quelli che possono ricrescere nello stesso arco di tempo. L'estensione a tutti gli ambiti sociali e il vero e proprio inizio del discorso dialettico sulla sostenibilità risalgono però soltanto alla fine degli anni '80 dello scorso secolo. Nel cosiddetto rapporto Brundtland, pubblicato nel 1987 e così chiamato sulla scorta del nome della presidente della Commissione mondiale su Ambiente e Sviluppo Gro Harlem Brundtland, ai tempi primo ministro norvegese, viene in realtà detto già tutto quello che c'è da sapere sulla formula dello sviluppo sostenibile. Nel rapporto si legge infatti: «Lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri».Poiché, come apparso progressivamente evidente e a tutt'oggi ancora palese, la mia generazione e anche quella(e) successiva(e) hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità, a intervalli regolari i giovani rammentano questo principio ai più anziani. Nel corso del tempo è infatti divenuta sempre più tangibile la sensazione che si tratti più di parole dette al vento che di un vero e proprio postulato. I «Friday for Future» sono pertanto la logica conseguenza sia del palese conflitto generazionale sulle questioni ambientali, sia di una migliore comprensione delle stesse. Gli attivisti che negli anni '70 dimostravano contro l'energia atomica si recavano spesso alle manifestazioni con la propria auto ed erano considerati come dei balordi, nemici del progresso ai margini estremi della fiorente società del benessere. I loro figli, una volta adulti, sono divenuti non di rado dinkies (persone ricche, sposate e senza figli) o yuppies (giovani professionisti rampanti) convinti. Greta e i suoi accoliti non sono invece fenomeni marginali. I loro obiettivi sono infatti di respiro molto più ampio rispetto a quelli dei dimostranti del passato: la loro priorità non verte solo su questioni ambientali, ma anche e soprattutto sul suddetto bilancio intergenerazionale. Molti seguaci di Greta non hanno la patente (qualcosa di inconcepibile per i figli dell'era dei combustibili fossili) e si recano alle manifestazioni con i mezzi pubblici.

 

Che cosa ci insegna il coronavirus

Greta e il «suo» movimento vengono frenati dal virus Covid-19, esattamente come l'economia e i danni da essa causati all'ambiente. In cielo non sfreccia quasi più nessun aereo, sulle strade c'è molto meno traffico, i mari non sono più solcati da processioni di navi da crociera o portacontainer e la produzione globale si è pesantemente ridimensionata – tutti elementi che migliorano nettamente il bilancio della sostenibilità, seppure a un prezzo che per molti è stato troppo elevato. Ben presto sono state infatti innalzate barricate contro la paralisi pressoché totale imposta dalle autorità e in molti hanno anelato a un rapido ritorno a uno stato di normalità, asserendo che i danni economici erano di gran lunga preponderanti rispetto all'utilità dei provvedimenti sotto il profilo sanitario. Ma siccome la vita umana non ha prezzo, questa argomentazione è piuttosto labile, sebbene al contempo non sia parimenti confutabile. Tuttavia, bassi standard sanitari e sostenibilità difficilmente vanno a braccetto – per questa constatazione non è necessario alcun metro di paragone. Il coronavirus ci ha nuovamente indicato quanto sarebbe importante integrare i bilanci di crescita meramente quantitativi anche con aspetti qualitativi – oppure, ancora meglio, inserire gli effetti esterni negativi (e ovviamente anche quelli positivi) nel computo del benessere e della sua crescita, definendo di conseguenza anche e soprattutto i prezzi. Il coronavirus ci ha inoltre insegnato che, quando si trovano sotto una certa pressione, i governi possono intervenire in modo incredibilmente rapido, flessibile e massiccio. Sotto il profilo della sostenibilità le cose non devono poi andare così in fretta; tuttavia, definire obiettivi climatici da raggiungere entro dieci, venti o più anni non è nient'altro che un abuso della sostenibilità stessa, ovvero parole assolutamente vuote. Tanto più che gli stessi obiettivi vengono costantemente differiti. Non da ultimo, il coronavirus ci ha insegnato (e ci insegna) che «meno» non debba essere necessariamente «peggio», per quanto insolito ciò possa sembrare. Del resto, come si suole dire, l'uomo è un animale abitudinario. E, come parimenti imparato dal coronavirus, non è disposto a cambiare volontariamente le proprie abitudini. Lo scorso fine settimana, nei mezzi pubblici qui in Svizzera si vedevano ben poche persone con la mascherina. La maggior parte dei viaggiatori disattendeva quindi la raccomandazione del Consiglio federale. Da quando le mascherine sono diventate obbligatorie, con il rischio di sanzioni in caso di mancato rispetto della norma, su treni, autobus o tram non c'è più nessuno che non ne indossi una. Questo mi ricorda l'introduzione della tassa sul sacco della spazzatura: la resistenza iniziale era stata presso vinta e oggi praticamente nessuno se cura minimamente. Talvolta i divieti sono semplicemente necessari, per quanto impopolari siano ormai diventati.

 

La prossima rubrica sarà pubblicata il 29.7.2020. Adesso posso godermi un vero e proprio paradiso delle vacanze alle porte di casa – buone ferie a tutti!