Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Una materia complessa

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Edizione 02.05.2019 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

Di recente la Svizzera è stata travolta da un'onda ecologista. Mi riferisco alla schiacciante vittoria riportata alle urne dai Verdi o dai Verdi liberali a Zurigo, Lucerna o Basilea Campagna. Dalle elezioni nazionali del 2015 nessun altro partito aveva raccolto più consensi dei Verdi alle elezioni cantonali, che in pratica si sono aggiudicati 41 seggi. A titolo di confronto, al secondo posto troviamo il PLR, che ne ha conquistati 30, contro i 15 guadagnati dai Verdi liberali. Si tratta di una svolta irreversibile o di un fenomeno effimero, per quanto leggermente più duraturo? In fondo non cambia molto. I politologi e i sociologi sono divisi sull'argomento. Comunque al momento il verde è di gran moda e ci si interroga o si favoleggia sui motivi del suo successo.

Forse è solo perché, come si suol dire, «croce degli uni, delizia degli altri», cioè il verde avanza, mentre, agli occhi degli elettori, il rosso, il giallo o il nero trascurano troppo i temi ambientali e perdono quindi terreno. Oppure, a livello inconscio, consideriamo la calda estate del 2018 la prova tangibile del riscaldamento globale? Filosofeggiare sui motivi probabilmente non serve a niente, visto che i risultati sono da tempo sotto gli occhi di tutti. Le tematiche ambientali dominano ormai il panorama politico, proprio come il dibattito sociale. Sul fronte economico la dinamica è invece un po' più lenta. I prodotti bio vanno per la maggiore, e anche le aziende che inquinano maggiormente fanno della sostenibilità la loro bandiera. Alla fine, però, sono i paesi del terzo mondo a smaltire i nostri rifiuti. Che cosa è andato storto? 

 

Si predica bene, si razzola male

Qui non si tratta di chiedersi se ci si trova di fronte a uno sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, del resto ormai acclarato, benché i cosiddetti negazionisti climatici, ossia diversi partiti dell'estrema destra nazionalista, ad esempio AfD in Germania o FPÖ in Austria, sostengano che l'influenza dell'uomo sul cambiamento climatico sia una bufala. Il motivo è molto semplice. Se dovessero sbagliarsi, le conseguenze dell'inerzia sarebbero sicuramente molto più nefaste rispetto agli effetti di un attivismo forse eccessivo da parte dei cosiddetti paladini della causa ambientale. Anche chi affronta la questione ambientale solo in linea teorica non contribuirà certo a cambiare la situazione. Ma, tornando all'economia: chi non ricorda la catastrofe ecologica verificatasi nell'area industriale della Schweizerhalle il 1° novembre 1986? Come se non bastasse il rogo del deposito di prodotti chimici, varie fabbriche chimiche tedesche aprirono i loro bacini riceventi e gli impianti francesi di lavorazione del potassio sversarono nel Reno ulteriori materiali inquinanti. Così i poveri olandesi furono costretti a far fronte da soli a tutte le conseguenze. Alla fine degli anni Ottanta esistevano già modelli econometrici in grado di simulare con esattezza gli effetti di un disastro naturale a monte e a valle, per valutare e capire che cosa fosse andato storto. Il problema principale è rappresentato dall'eccessivo lasso di tempo trascorso prima che fossero comunicati il disastro e la sua portata. Ciò consentì ai francesi e ai tedeschi di cogliere al volo l'occasione, pressoché certi di non dover rispondere per gli ulteriori sversamenti inquinanti immessi nel Reno. Il danno avrebbe potuto essere notevolmente contenuto se la Svizzera avesse intavolato trattative invece di tacere così a lungo. La teoria considera inoltre l'ambiente un bene pubblico, a disposizione di tutti; in realtà, la stessa teoria definisce l'ambiente anche un bene «semi-»pubblico. Per un bene pubblico vale infatti il classico principio di non escludibilità nel consumo, secondo cui non è possibile impedirne la fruizione (ad es. l'aria che respiriamo); tuttavia l'altro classico principio che si applica in questi casi, ossia quello di assenza di rivalità nel consumo, qui non vale: in caso di sfruttamento eccessivo, l'aumento del numero di consumatori compromette la fruizione da parte di altri. La soluzione va ricercata nei modelli di pricing. In ultima analisi, in un'economia di mercato si riesce a gestire in maniera efficiente la dinamica di domanda e offerta solo attraverso il prezzo. Purtroppo oggi nella prassi si è ancora alla ricerca del giusto prezzo per l'ambiente. 

 

Speculazione favorita dalla mancanza di trasparenza

Una possibile soluzione è rappresentata dalla compravendita di certificati di emissione. L'industria acquista i cosiddetti diritti di inquinare e paga, ad esempio, per ogni tonnellata CO2 prodotta. È la politica a decidere il numero di certificati da scambiare, che dipende dagli obiettivi prefissati: ad esempio la quota di emissioni di anidride carbonica prevista per un determinato anno, superata la quale non si può più inquinare. Il resto viene regolato dal mercato. Per poter crescere, le industrie ad alta intensità di emissioni devono acquistare i certificati o ridurre le emissioni di anidride carbonica. Tale sistema non è molto efficace poiché purtroppo è limitato all'industria – agricoltura e consumi privati sono esclusi dal computo – e sono ammesse ancora troppe eccezioni. Inoltre, con i certificati di emissione si specula, talvolta si accumulano, il mercato non è trasparente, perché non si sa chi dispone di quanti certificati, e include anche investitori o produttori di materie prime che non hanno certo a cuore la causa ambientale. Speculano solo sui prezzi, che subiscono quindi forti oscillazioni. Per ovviare a questo problema sono allo studio interventi migliorativi, ma i tempi della politica sono biblici.

 

Coscienza pulita a prezzi stracciati

Come noto, Greta Thunberg viaggia sempre e anche ostentatamente in treno, con il quale si è recata al World Economic Forum di Davos così come alle dimostrazioni dei «Fridays for Future» di Parigi, Bruxelles o Amburgo. Com'è noto, il tempo è (anche) denaro, e, a quanto pare, per andare e tornare da Davos ha impiegato ben 65 ore. In termini moderni si tratta di un tempo enorme! Non credo che riuscirà a imporre questo modello, anche se i tempi di percorrenza si dimezzassero. Ma se il viaggio in treno fosse (quasi) gratis e invece il volo da Stoccolma a Zurigo costasse un patrimonio? Agendo sulla leva del prezzo si manderebbe un segnale più chiaro? Credo proprio di sì. Dire che prendere l'aereo costa «troppo» poco non è una soluzione. Una volta un biglietto aereo era un articolo di lusso, oggi è un prodotto da discount. Se ho una forte sensibilità per l'ambiente, compenso almeno le emissioni di CO2 prodotte. Myclimate.org investe, ad esempio, la mia donazione volontaria volta a compensare le emissioni in progetti a favore dell'ambiente nei paesi emergenti e in via di sviluppo. Se avesse preso l'aereo, Greta avrebbe «prodotto» 309 kg di CO2. Come ordine di grandezza, basti pensare che 12'000 km percorsi con un'automobile di media cilindrata corrispondono a 2'000 kg di CO2, mentre in India l'emissione annua pro capite è di 1'600 kg. Comunque il sistema di Greta non è per niente efficiente in termini economici, in quanto la donazione volontaria per compensare le emissioni avrebbe un costo «irrisorio» di 8 euro / 9 franchi. È quindi questo il prezzo da pagare per avere la «coscienza pulita» quando si viaggia in aereo. Eppure tale contributo viene invece versato soltanto per l'1% circa dei voli. Questa sorta di vendita delle indulgenze stenta a prendere piede e, anche in questo caso, il nostro comportamento non cambierà finché il prezzo da pagare sarà tutto così innocuo. Dobbiamo purtroppo constatare che in questo caso la legge di mercato non funziona. Sulla questione ambientale i politici dovrebbero sostituire la carota di un timido dito puntato con un bastone ben concreto, anche se così rischiano di non essere rieletti. La politica (ambientale) è molto semplice, altro che materia complessa!

 

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