Mercati e opinioni

Commento sul mercato – Uno sguardo alla settimana borsistica

Nelle prossime settimane l'attenzione sarà rivolta ai dati trimestrali delle aziende. Hanno aperto le danze le banche USA. Alla luce del forte aumento dei costi di input, occorre prestare particolare attenzione all'andamento dei margini.

Grafico della settimana

L'inflazione elevata fa salire i tassi d'interesse

Rendimento dei titoli di stato decennali britannici (Gilts)

L'inflazione elevata fa salire i tassi d'interesse

Fonti: Bloomberg, Raiffeisen Svizzera CIO Office

I rendimenti dei Gilts decennali sono aumentati dell'1 % dall'inizio dell'anno. Il motivo principale è l'inflazione elevata nel Regno Unito. In agosto i prezzi al consumo sono aumentati del 3,2 % e la tendenza dovrebbe continuare. Le difficoltà di fornitura sono aumentate dopo la Brexit e stanno compromettendo la fornitura di merci. Questo si può vedere, per esempio, nelle lunghe code davanti alle stazioni di servizio. Di conseguenza, è probabile che presto la Bank of England (BOE) effettuerà un intervento sui tassi.

In primo piano

La crisi dei chip frena Apple

Chi vuole acquistare il nuovo iPhone 13 deve avere pazienza. Vista la scarsità di chip, Apple riduce enormemente la produzione, proprio poco prima delle importanti vendite natalizie. 

 

In agenda

Nestlé e Roche

Il 20 ottobre i due pesi massimi dello SMI, Nestlé e Roche, pubblicheranno il fatturato per i primi 9 mesi dell'anno fiscale in corso. Scopriremo però solo nella pubblicazione dei dati annuali, a inizio 2022, in che modo l'aumento dei costi di input influisce sui margini di utile. 

Su il sipario per la stagione degli utili

La grande banca statunitense JPMorgan ha aperto negli USA la stagione degli utili per il terzo trimestre. L'utile netto è aumentato di quasi il 24 % a USD 11.69 miliardi. Il valore includeva però uno scioglimento di accantonamenti relativo a possibili perdite su crediti pari a 2.1 miliardi. Senza questo effetto straordinario si è registrato un magro incremento degli utili dell'1,6 %. Gli investitori hanno quindi reagito ai dati con poco entusiasmo, con una conseguente perdita di quasi il 3 % del valore per l'azione. Anche il concorrente Wells Fargo ha presentato dati molto simili. Con USD 5.19 miliardi, l'utile trimestrale è aumentato di ben il 59 % ma, anche in questo caso, principalmente per lo scioglimento di accantonamenti pari a USD 1.65 miliardi. Il settore principale della banca USA, quello delle operazioni di credito, ha mostrato un rallentamento, registrando un andamento laterale.

 

Banche centrali sempre più in disparte

«Transitory» è tutt'altra cosa. Il Presidente della Banca centrale USA (Fed), Jerome Powell, ripete ormai da mesi, di continuo, che l'incremento dell'inflazione negli USA è solo un fenomeno temporaneo. E si sbaglia da mesi. A settembre, con il 5,4 %, l'inflazione era infatti per la quinta volta consecutiva oltre la soglia del 5 %. Alla luce delle persistenti difficoltà di fornitura e dell'aumento dei prezzi delle materie prime e dell'energia non si delinea un'inversione di tendenza. Il fatto che, in questo contesto, le banche centrali continuino a pompare ogni mese dozzine di miliardi di liquidità nel sistema finanziario è sempre più grottesco.

 

Aumenta la pressione sui margini

Non sono solo i prezzi al consumo ad aumentare; salgono alle stelle anche i prezzi alla produzione a monte. A settembre in Cina, i prezzi dei produttori sono per esempio saliti di ben il 10,7 % e si faranno sentire inevitabilmente nei margini di utile di molte aziende. Solo poche imprese possono trasferire 1:1 ai consumatori i costi più elevati. Inoltre, più a lungo rimane elevata l'inflazione, maggiore sarà la pressione ad aumentare i salari. I sindacati hanno già avanzato le rispettive pretese. Last but not least, nell'OCSE va delineandosi un compromesso in merito alla «minimum tax». Dal 2023 le multinazionali dovranno infatti pagare una tassa minima globale del 15 %. L'OCSE prevede così circa USD 150 miliardi di introiti fiscali aggiuntivi. Alla fine tutti questi fattori comportano margini di utile più bassi per le aziende. I tempi con tassi di crescita degli utili a due cifre dovrebbero essere quindi finiti. Per gli investitori azionari non sono buone notizie.

 

Ripresa dell'oro

Ultimamente sono aumentati i timori di una stagflazione. Una crescita economica più debole, abbinata a un'inflazione elevata, crea un contesto difficile per gli investitori. In una fase di questo tipo, in genere è il metallo prezioso giallo a brillare. Ultimamente, però, l'andamento del prezzo dell'oro è stato piuttosto deludente: dal massimo storico di USD 2'060 l'oncia ad agosto 2020, ha infatti registrato una flessione. La forte ripresa congiunturale globale ha aumentato la propensione al rischio degli investitori, portando a prese di beneficio per l'oro. Alla fine del terzo trimestre del 2021 l'oncia veniva scambiata a USD 1'758. Negli ultimi giorni il prezzo è però tornato a salire. Se le tendenze relative alla stagflazione dovessero aumentare, l'oro dovrebbe riprendere a brillare di più. Sul periodo di un anno continuiamo a prevedere un prezzo di USD 1'950 l'oncia. Per questo, per motivi di diversificazione, rimaniamo sovraponderati in oro.