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Il parere dell’economista capo di Raiffeisen

Edizione 09.07.2024

Fredy Hasenmaile

Fredy Hasenmaile

Economista capo di Raiffeisen

Non è un paese per vecchi

«Non è un paese per vecchi» («No Country for Old Men») è il titolo di una pellicola di successo, scritta e diretta dai fratelli Ethan e Joel Coen, due registi geniali che nel 2008 hanno vinto diversi Oscar per il loro film. Il titolo della pellicola è stato preso in prestito da una poesia dell’irlandese William Butler Yeats, in cui il poeta si lamenta di non essere più giovane, o meglio di non far più parte dei giovani. Gli Stati Uniti, con un’età media della popolazione di 38 anni, sono de facto uno dei paesi industrializzati con la popolazione più giovane. Raggiunti i 40 anni una persona rientra già nella metà più vecchia della società statunitense come pure in una minoranza. Basti pensare che oggigiorno persino i ricchi stanno diventando sempre più giovani, dato che numerosi giovani hanno acquisito un notevole patrimonio facendo fortuna nei settori della tecnologia e delle criptovalute. A chiara dimostrazione di quanto sia dinamica l’evoluzione degli Stati Uniti in questo momento. Attualmente nessun altro paese al mondo produce a ritmo così serrato un numero così ingente di nuove tecnologie, mode e tendenze culturali nonché innovazioni commerciali.

In contrapposizione, la situazione per quanto riguarda l’élite politica è, invece, completamente diversa. L’età media dei membri del Senato americano è di 64 anni, mentre quella dei membri della Camera dei rappresentanti è di 57 anni. Se in Svizzera il membro più anziano del Parlamento ha, si fa per dire, soli 74 anni, nel paese a stelle e strisce un numero relativamente elevato di ultraottantenni continua a tirare le redini della politica a Washington. Tra questi si annovera ad esempio Nancy Pelosi (84 anni), la quale fino all’anno scorso rivestiva addirittura la carica di portavoce della Camera dei rappresentanti. Ma non è finita qui, i candidati ora in corsa per la prossima presidenza sono i più vecchi in assoluto di tutta la storia degli Stati Uniti d’America. Una campagna elettorale, per non dire una lotta elettorale, che in questa forma non si sarebbe mai ritenuta possibile prima d’ora. Si contrappongono, da un lato, un notorio bugiardo che ha perso ogni rispetto per la verità – o che non ne ha mai avuto nemmeno un briciolo – e, dall’altro, un vecchio testardo il quale si rifiuta di ammettere di non essere più in grado mentalmente di poter ricoprire una carica del genere. Il recente dibattito in televisione tra i due candidati è stato un disastro, uno vero e proprio shock. Per molto tempo si è discusso sulla questione dell’idoneità alla presidenza di Donald Trump, ma dopo il dibattito televisivo l’attenzione è ora posta sull’idoneità di Biden ad assumere questo ruolo; questione che sembra essere divenuta molto più pressante e urgente. Il confronto si è svolto senza teleprompter, ossia senza un gobbo a suggerire le risposte, lasciando i candidati abbandonati completamente a se stessi, motivo per cui il dibattito televisivo ha mostrato in maniera spietata quanto Biden sia messo male. I suoi precedenti passi falsi non sono stati singoli episodi isolati, riproposti e riprodotti ripetutamente come in un loop dai media di orientamento repubblicano, ma bensì rappresentano probabilmente il suo stato naturale, ovvero le sue reali condizioni nel quotidiano.

Le aspettative nei confronti dei due candidati in corsa per la Casa bianca relativamente al dibattito in televisione erano d’emblée ridicolmente basse, il che già di per sé la dice lunga sulla situazione attuale. Da una parte i sostenitori di Trump speravano che per una volta riuscisse a non diventare offensivo, mentre dall’altra i sostenitori di Biden auspicavano che non cadesse per terra almeno questa volta. In effetti, Biden è riuscito a rimanere in piedi senza cadere durante i 90 minuti del confronto, ma ciononostante sono stati svariati i momenti in cui ha perso il filo del discorso e ha poi borbottato qualcosa di incoerente. La sua volontà di diventare presidente era sicuramente presente in quel momento, ma non la sua mente. Lo stress e le pressioni vissuti durante il suo mandato come presidente hanno lasciato tracce inequivocabili su Biden. Nessuna sostanza o farmaco stimolante può più celare il suo stato mentale. In tre anni e mezzo di presidenza, Biden è fortemente invecchiato, come dimostra chiaramente anche il raffronto delle sue foto all’inizio del mandato e ora. Nel frattempo, sono numerosi gli americani che si vergognano dell’immagine che il loro Presidente in carica trasmette al resto del mondo e bisognerà vedere se i suoi stessi sostenitori saranno ancora disposti a votare per lui alle prossime elezioni, cosa ormai alquanto incerta.

E voi, mie care lettrici e miei cari lettori, dareste il vostro voto a Joe Biden come presidente della vostra associazione di quartiere? La risposta a questa domanda è probabilmente no. Devo dire che è stato grande il mio sbigottimento per lo spettacolo indegno e indecoroso offerto da entrambi i candidati davanti alle telecamere praticamente di tutto il mondo, ma il mio stupore per la perdita del contatto con la realtà da parte del Presidente degli Stati Uniti in carica come pure di vaste cerchie del Partito democratico è stato persino maggiore. Nonostante il disastro televisivo e le palesi cattive condizioni dello stato di salute mentale di Biden, che ormai non può più essere nascosto, il Partito democratico seguita a sostenere tuttora la sua candidatura alla presidenza. Anche se una cosa è certa: Joe Biden non ha alcuna possibilità di vincere le elezioni. Zero assoluto. Gli elettori americani non si lasciano ingannare. Sanno esattamente cosa significa invecchiare per esperienza personale all’interno del proprio ambiente e contesto, e sanno altresì perfettamente che è una strada a senso unico. Inoltre, gli elettori hanno anche un grande orgoglio nazionale. Sentono la mancanza e hanno un profondo bisogno di un leader forte, il quale sia in grado di tenere i cattivi lontani dall’America, salvando al contempo il mondo intero. In nessun altro paese gli eroi forti vengono ammirati e osannati come negli Stati Uniti. Basta guardare i film hollywoodiani per capirlo. In ogni caso, sebbene durante il confronto Biden abbia detto cose più sensate di Trump anche nei momenti peggiori in cui le forze gli venivano a mancare, probabilmente sarà proprio quest’ultimo a vincere le elezioni se i Democratici non sostituiranno con un altro candidato «Sleepy Joe» (che tradotto in italiano sarebbe Joe sonnolento), come Biden viene irrispettosamente chiamato da Trump. Una parte dei Democratici si sta rendendo conto della situazione e di conseguenza tra le loro fila è nel frattempo scoppiato il panico. Anche se per ora continua ad aggrapparsi alla pagliuzza di Biden. Tuttavia, nelle agenzie di scommesse la realtà ha già preso il sopravvento. Dopo che all’inizio di giugno Biden risultava appena leggermente indietro rispetto a Trump con circa il 48 percento delle preferenze, in seguito al dibattito televisivo le sue probabilità di essere rieletto sono scese drasticamente collocandosi al momento intorno al 21 percento. E da un livello così basso non riuscirà più a riprendersi.

Inoltre, il fatto che le elezioni presidenziali negli Stati Uniti si svolgano a un livello altamente patetico può essere interpretato soltanto in un modo: ossia come una profonda crisi sistemica del panorama politico americano. Mai prima d’ora nella storia degli Stati Uniti i candidati in corsa per la Casa bianca erano così vecchi. Prima di Trump e Biden, soltanto Ronald Reagan aveva superato i 70 anni, nello specifico aveva 73 anni al momento della cerimonia di giuramento per il suo secondo mandato quale presidente. In caso di elezione sia Trump che Biden sarebbero entrambi nettamente molto più anziani, con rispettivamente 78 anni il primo e 82 anni il secondo. E se vincesse Biden, si batterebbe il record stabilito da egli stesso quattro anni fa.

Ma perché un paese con 341 milioni di abitanti non riesce a offrire una selezione di candidati più validi per la presidenza? In una nazione così grande e in una società democratica efficientista e orientata alla prestazione ci si aspetterebbe di assistere a un confronto tra due candidati altamente qualificati nella fase finale della campagna elettorale. Invece, ci si arrovella il cervello per cercare di capire quale candidato sia il male minore, e anche in questo caso la decisione risulta difficile. Certo, possiamo solo ipotizzare i motivi alla base di un tale sistema politico disfunzionale. In realtà, nel sistema elettorale americano occorre disporre di molto denaro per finanziare una campagna elettorale. I candidati più giovani non hanno né i fondi sufficienti né dispongono della necessaria rete di donatori facoltosi, i quali a loro volta tendono a essere piuttosto in là con gli anni. Un altro fattore decisivo ai fini della campagna elettorale è rappresentato dai media. Nell’era dei social media e considerata la fame di notizie 24 ore su 24 da parte dell’opinione pubblica, i candidati controversi raggiungono livelli di notorietà e attenzione ben più alti rispetto ai candidati più seri. Donald Trump è un perfetto esempio in tal senso. Le sue affermazioni controverse e spesso aggressive nei post su Twitter hanno una portata enorme e di frequente vengono ripresi e diffusi dalle agenzie di stampa e dai media di tutto il mondo. Anche il sistema delle primarie interne ai partiti favorisce i candidati che rappresentano le posizioni più estreme. Questi non rappresentano necessariamente la maggioranza degli elettori del loro partito, ma soprattutto i rappresentanti del partito più attivi, quelli che fanno la voce più grossa, i quali in fin dei conti decidono le primarie.

In ogni caso, resta da vedere se i Democratici possono ancora vincere le elezioni presidenziali. Si sono infilati da soli in un vero e proprio vicolo cieco. Per ora non è chiaro se il Partito democratico si renderà conto in tempo e si metterà d’accordo su un altro candidato o un’altra candidata alle elezioni. Con Biden perderanno le elezioni. È ora che i vecchi si facciano da parte lasciando il posto ad altri.

Fredy Hasenmaile

Fredy Hasenmaile

Economista capo di Raiffeisen

Fredy Hasenmaile è economista capo e responsabile dell'Economic Research di Raiffeisen Svizzera dal 2023. Insieme al suo team, Fredy Hasenmaile analizza gli sviluppi globali e nazionali dei mercati finanziari ed economici. Rientra nei suoi compiti quello di interpretare gli eventi in ambito economico e di formulare previsioni sui principali indici economici.