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Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

20.05.2026

Fredy Hasenmaile

Fredy Hasenmaile

Economista capo di Raiffeisen

La crisi petrolifera: nel 1973 e oggi

Gli spettri del passato tornano a bussare alla nostra porta. Credevamo, infatti, che una guerra in Europa fosse ormai impensabile. Allo stesso modo, pensavamo che le gravi crisi petrolifere fossero un retaggio degli anni Settanta. Ma ecco che entrambe le eventualità sono di nuovo tornate a bussare alla nostra porta. L’attuale crisi energetica ricorda per numerosi aspetti le due crisi petrolifere degli anni Settanta. Vale quindi la pena dare uno sguardo al passato e chiedersi che cosa sia cambiato negli ultimi cinquant’anni. Le crisi petrolifere degli anni Settanta risvegliarono bruscamente la Svizzera dalla sua spensieratezza. Le immagini delle domeniche senza auto si sono impresse profondamente nella memoria collettiva di  allora. Oggi, invece, l’immagine satellitare dello Stretto di Hormuz rappresenta simbolicamente l’attuale crisi petrolifera.

 

Il petrolio è ancora oggi un’arma

Il petrolio viene utilizzato di nuovo come arma. Con il blocco dello Stretto di Hormuz da parte del regime iraniano, circa il 10 percento del commercio mondiale di petrolio viene paralizzato. Durante l’embargo petrolifero dell’OPEC nel 1973, al mondo sono venuti a mancare ogni giorno 4,5 milioni di barili di petrolio, pari all’epoca a pressoché il 7 percento del consumo globale. Oggi stiamo dunque assistendo al più grave shock dell’offerta petrolifera della storia. L’aumento del prezzo del petrolio registrato finora supera già quello   innescato dall’invasione russa dell’Ucraina. Tuttavia, le ripercussioni della guerra in Iran sui prezzi europei del gas e dell’elettricità non sono neanche lontanamente paragonabili alla crisi energetica del 2022. È vero che anche i prezzi  all’ingrosso del gas hanno esibito un forte incremento dalla fine di febbraio, ma rispetto al 2022 il rialzo risulta modesto ed è di gran lunga inferiore. Di conseguenza, altresì i prezzi dell’energia elettrica rimangono contenuti. Lo stesso dicasi per i prezzi dei fertilizzanti, che dipendono fortemente dal prezzo del gas. Di conseguenza, non si ravvisa alcuna pressione sui prezzi dei prodotti alimentari di entità analoga. I  timori che la crisi energetica del 2022 possa ripetersi sono quindi infondati. Attualmente, la maggior parte del mondo si trova a dover affrontare «solo» uno shock dei prezzi del petrolio, ma non uno shock generalizzato dell’offerta.

 

Conseguenze della crisi petrolifera del 1973

All’inizio degli anni Settanta, il petrolio copriva circa l’80 percento del consumo finale di energia in Svizzera. Il petrolio era considerato una risorsa praticamente inesauribile, economica e facile da utilizzare. Nel nostro paese, nel periodo dal 1950 al 1970 il consumo era cresciuto di dieci volte. Lo shock dei prezzi del 1973, provocato dall’embargo petrolifero degli Stati arabi, portò a una grave e massiccia crisi economica. Nel 1975 il prodotto interno lordo (PIL) reale subì una contrazione di circa il 7 percento, l’inflazione raggiunse livelli record sfiorando il 10 percento e nel settore industriale tra il 1970 e il 1980 andarono persi circa 244’000 posti di lavoro. A titolo comparativo, durante la crisi del coronavirus, quando tutto il globo sembrava essersi temporaneamente fermato, il PIL svizzero ha accusato una contrazione di appena il 2.1 percento. La crisi degli anni Settanta ha innescato un brusco cambiamento strutturale nonché plasmato per decenni la politica energetica sia svizzera che internazionale.

 

Cosa è cambiato in 50 anni?

A distanza di oltre cinquant’anni, la situazione è completamente differente. La quota di petrolio nei consumi energetici svizzeri si attesta ancora oggi intorno al 46 percento. Al  contempo, l’intensità energetica dell’economia svizzera si è più che dimezzata dagli anni Settanta. Di conseguenza, il consumo energetico si è in gran parte sganciato dalla crescita economica. Malgrado il raddoppio della popolazione e il quadruplicarsi del PIL reale, il consumo energetico in termini assoluti è in calo. Oggi la Svizzera è una delle economie più efficienti dal punto di vista energetico al mondo. Per ogni franco di produzione economica, il nostro paese consuma energia in misura nettamente inferiore rispetto alla media globale o europea.

 

L’attuale crisi petrolifera colpisce una Svizzera più solida

Corrispettivamente, oggi l’economia e i prezzi reagiscono in modo meno sensibile all’aumento dei prezzi del petrolio, sebbene lo shock dell’offerta causato dalla guerra in Iran sia più grave di quello degli anni Settanta. Un aumento del prezzo del petrolio del 10 per cento oggi frena la crescita del PIL svizzero solo nella misura dello 0.05 percento circa, con un impatto che è pari a pressoché un decimo di quello registrato nel 1973. Anche l’effetto dell’inflazione risulta considerevolmente inferiore. Pertanto, nonostante il rialzo dei prezzi energetici, tutti i nostri scenari economici per il 2026 prevedono una crescita dell’economia svizzera, anche se a un ritmo più moderato, compreso in un intervallo tra lo 0.5 percento e l’1.0 percento, a seconda dell’evoluzione del conflitto. Anche nello scenario più sfavorevole, il percorso di crescita rimane dunque positivo e l’economia svizzera risulta nettamente più solida rispetto a quanto avvenne durante la crisi petrolifera degli anni Settanta.

 

Le vulnerabilità rimangono

Tuttavia, permangono ancora alcune dipendenze. La transizione verso una Svizzera più autosufficiente sul piano energetico non è ancora stata completata. La Confederazione continua a importare il 68 percento dell’energia che consuma, soprattutto petrolio e gas naturale. L’economia e l’industria hanno ridotto notevolmente la loro dipendenza dal petrolio grazie all’incremento dell’efficienza e a cambiamenti strutturali, mentre il consumo di energia fossile nelle economie domestiche, in particolare, nel settore dei trasporti rimane elevato. Circa tre quarti del consumo totale di petrolio sono, infatti, oggi attribuibili ai trasporti; un’altra quota consistente seguita ad essere destinata al riscaldamento a gasolio. Allo stesso tempo, dal 1970 la quota delle esportazioni sul PIL svizzero è quasi raddoppiata. Di conseguenza, oggi la Svizzera dipende in misura molto maggiore dalla congiuntura economica mondiale. Una recessione economica mondiale può quindi colpire duramente la Svizzera anche se il rialzo dei prezzi dell’energia è fondamentalmente sostenibile per la produzione interna. Una parte della dipendenza non è scomparsa: ha semplicemente cambiato forma.

Fredy Hasenmaile

Fredy Hasenmaile

Economista capo di Raiffeisen

Fredy Hasenmaile è economista capo e responsabile dell'Economic Research di Raiffeisen Svizzera dal 2023. Insieme al suo team, Fredy Hasenmaile analizza gli sviluppi globali e nazionali dei mercati finanziari ed economici. Rientra nei suoi compiti quello di interpretare gli eventi in ambito economico e di formulare previsioni sui principali indici economici.