Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Conclusione: indefinita

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Edizione 22.05.2019 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

Chi sperava che le elezioni del nuovo Parlamento europeo portassero a rapporti di potere politicamente definiti o persino a un esito univoco è rimasto deluso. Infatti, l'Europa esce dalle elezioni svoltesi questo fine settimana con più domande aperte che mai. Lo scorso weekend 427 milioni di aventi diritto al voto sono stati chiamati a esprimere la propria preferenza. Compito che hanno espletato in maniera più diligente di altre volte, considerato che la partecipazione al voto si è attestata in media a oltre il 50 % in tutti i 28 Paesi membri dell'UE, segnando finalmente di nuovo un incremento dalle prime elezioni europee nell'anno 1979.

Pertanto la conclusione 1 è la seguente: il futuro dell'Europa interessa ai suoi cittadini, anche se ultimamente non sembrava fosse così. Ad esempio, la partecipazione al voto è stata di oltre il 60 % in Germania. Tuttavia, vi sono tuttora Paesi in cui la partecipazione al voto, anche se sensibilmente aumentata, ha raggiunto appena un quinto o un quarto. Mentre la conclusione 2 è: l'interesse per l'Europa non è ovunque altrettanto marcato.

Nei Paesi più grandi i partiti istituzionali classici hanno accusato in parte contrazioni estreme. La SPD in Germania ha registrato massicce perdite, ma anche la CDU si è alquanto indebolita. I verdi si sono aggiudicati un numero di voti più elevato che mai e ora sono chiaramente la seconda principale forza politica del Paese dei nostri vicini settentrionali. A Berlino i verdi sono persino diventati il partito numero uno, come pure in altre grandi città come Monaco, Amburgo o Dortmund. Anche il movimento populista della destra Alternativa per la Germania (AfD) ha segnato un progresso, e nella Germania orientale è riuscito a trasformarsi in parte nel potere politico più forte. Il risultato lascia dunque presagire un marcato divario tra città e zone rurali. In Francia il partito di Macron La République en Marche ha perso la posizione di capofila, lasciando il posto al gruppo partitico populista di destra Rassemblement National di Marine Le Pen. I verdi nell'Esagono hanno invece raggiunto quota 13 %. I tradizionali partiti popolari hanno dunque risentito di un deperimento generale in Germania così come molto tempo prima già in Francia, spingendo gli elettori verso i verdi, ma anche verso destra. Il vento soffia marcatamente a destra invece in Italia, dove la Lega ha stravinto le elezioni aggiudicandosi oltre un terzo dei voti. Pertanto, gli anti-europei insieme al Movimento 5 Stelle hanno ora preso il sopravvento nel Belpaese. Nel Regno Unito il Brexit Party ha raggiunto quasi un terzo dei voti traendo vantaggio dal procrastinarsi della Brexit, mentre l’euroscettico Partito per l'Indipendenza del Regno Unito (UKIP) si è collocato ad appena il quattro percento. La conclusione 3 è la seguente: i partiti che un tempo hanno costruito l'Europa, non potranno continuare a svilupparla ulteriormente. Questo compito dovrà essere assunto (congiuntamente) da altre forze politiche. E conclusione 4: nelle principali economie politiche l'euroscetticismo, misurato sulla crescita dei populisti della destra, è a un livello decisamente considerevole. E a Bruxelles farebbero bene a non sminuire queste cifre, solo perché si aspettavano un incremento più marcato.

 

L'Europa è un'anatra zoppa

A livello europeo consolidato i partiti popolari (tradizionali) dei conservatori e dei democratici cristiani e socialdemocratici hanno accusato una netta flessione, perdendo la loro maggioranza assoluta congiunta. I verdi e i liberali diventano invece importanti protagonisti, con cui i partiti popolari dovranno fare i conti in futuro se vorranno formare la maggioranza. La conclusione 5 è: il processo decisionale nel nuovo Parlamento europeo è diventato un po’ più complesso. E questo di certo non ispirerà le riforme. Di conseguenza, in avvenire l'Europa agirà in modo ancor più zoppicante di adesso. Il colpo grosso verso la stabilizzazione e specialmente la plausibilizzazione dell’unione monetaria, ossia l'unione fiscale o persino l’unione politica, appare dunque ancor più remoto. I dibattiti a Bruxelles diventeranno dunque più lunghi, ma anche più vivaci.

 

L'Europa è uno specchio delle Nazioni

Le elezioni europee rispecchiano perfettamente la spaccatura dei panorami politici nazionali. La maggioranza assoluta non sussiste quasi più da nessuna parte. Solo in due Paesi, Ungheria e Malta, un partito raggiunge ancora rispettivamente oltre il 50 % dei voti. In Ungheria si tratta però del partito conservatore nazionalista e anti-europeo di Viktor Orbán. In Italia, Austria e Portogallo i vincitori delle elezioni hanno comunque raggiunto il livello pur sempre considerevole di oltre un terzo dei consensi, mentre in Polonia due partiti si sono accaparrati oltre un terzo dei voti ciascuno. Di poco più del trenta percento, ma meno di un terzo dei consensi si sono dovuti accontentare i vincitori di Bulgaria, Grecia, Spagna e Gran Bretagna. In tutti gli altri Paesi le quote di elettori si sono attestate al di sotto del 30 %, in parte persino nettamente. In Belgio (13.5 %), nei Paesi Bassi (18.9 %) e in Lituania (19.6 %) il principale partito non ha raggiunto nemmeno un quinto delle preferenze. La conclusione 6 è invece la seguente: il panorama politico dell'Europa diventa sempre più eterogeneo, e questa evoluzione non promuove di certo l'unità europea.

 

Gli astensionisti sono il «partito» più forte

Nonostante la boriosa soddisfazione per l’incremento della partecipazione al voto, non bisogna dimenticare che in Europa i non votanti nel complesso rappresentano di gran lunga la quota più alta in assoluto. Basti pensare che la metà (50.94 %) si è sì recata alle urne, ma l'altra metà ha preferito non andare a votare. Solo in pochissimi Paesi dell'UE-28 il principale partito raccoglie in percentuale più voti del gruppo di astensionisti. Ovviamente a Malta e in Ungheria, dove sussiste ancora la maggioranza assoluta, e in Polonia con i suoi due schieramenti dominanti. Poi segue il Belgio, in cui la partecipazione al voto è per tradizione la più alta di tutta Europa e quest'anno si è attestata persino all'88,47 %; il che significa che in questo Paese solo l'11.53 % non si è recato alle urne. Il partito più forte del Belgio alle elezioni europee, ossia i separatisti liberali conservativi del N-VA (Nieuw Vlaamse Alliantie), è riuscito ad accaparrarsi con il 13.47 % appena pochi voti in più rispetto alla percentuale dei non votanti. In Lussemburgo (dove la partecipazione al voto è stata dell'84.1 %) tre schieramenti politici si sono collocati sopra al tasso degli astensionisti. E questo è quanto. In tutti gli altri Paesi la percentuale del gruppo dei non votanti è più elevata della quota di elettori del principale partito. Di conseguenza, questa è la conclusione 7: l'atomizzazione delle vecchie stabilità politiche ha trasformato i menefreghisti, i disinteressati e/o chi è stanco della politica nella forza più potente. E quindi dopo le elezioni l'Europa resta ciò che è sempre stata già prima: vaga, indefinita e divisa.

 

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