Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

I decenni dell'imprevedibilità

Stampa

Edizione 07.08.2019 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

Joseph Stiglitz, vincitore del premio Nobel per l'economia nel 2001 e oggi 76enne, svolge ancora l'attività di docenza – attualmente presso la Columbia University di New York. Non sono certo un fan del neokeynesianismo nelle cui fila si annovera Stiglitz, ma nel suo pensiero c'è senz'altro una buona dose di originalità. In un'intervista ha risposto così alla domanda se gli Stati Uniti non siano l'unico Paese con capi di Stato di tendenze radicali: «No, Boris Johnson in Gran Bretagna è il campione dell'imprevedibilità. Ci troviamo in un'era in cui gli elettori danno spassionatamente il proprio voto ai candidati più peculiari, se non stravaganti. E tutto ciò non depone a favore della stabilità economica».

Ebbene, su questo argomento condivido totalmente la sua opinione. Posso addirittura immaginare che si tratti solo dell'inizio di un trend con cui avremo inevitabilmente a che fare ancora per diverso tempo. Proprio per questo motivo, nel titolo del presente intervento si parla di decenni di imprevedibilità. Un primo decennio con tali caratteristiche è ormai alle nostre spalle.

Negli ultimi due lustri il mondo della politica è infatti diventato decisamente più variopinto e imprevedibile. Sono finiti i tempi delle coalizioni di centro-sinistra o centro-destra, che per decenni hanno fatto il brutto e il cattivo tempo in Europa: ormai hanno le ali tarpate o sono state mandate a casa dagli elettori. Moltissimi partiti che oggi vanno per la maggiore non esistevano prima della crisi finanziaria, mentre oggi alcuni di loro riscuotono consensi in doppia cifra percentuale. I più noti sono AFD in Germania, Movimento 3 Stelle in Italia oppure La République en Marche in Francia. Inoltre le forze politiche «storiche» hanno perso consensi ovunque e vi sono soltanto pochissimi Paesi altamente industrializzati in cui i governi possono fare affidamento su maggioranze sufficientemente stabili nei rispettivi parlamenti nazionali. Il mainstream è ormai acqua passata. Ma come siamo arrivati a questo punto?

 

La crisi finanziaria come causa scatenante

Come tutti sanno, affinché si producano effetti dirompenti è necessario un concorso di cause, che devono collidere con tempistiche ben definite. Il fatto che già prima della crisi finanziaria risultassero traballanti vari aspetti, conclamatisi poi con lo scoppio della crisi stessa, è oggi assodato e incontrovertibile. A tale riguardo, Stiglitz sostiene che in quel momento storico è andata perduta la fiducia nelle forze del libero mercato – soprattutto per i lavoratori medi e le classi sociali più deboli, aggiungerei. Un ulteriore motivo è la politica del debito pubblico finita fuori controllo e ulteriormente favorita da una politica monetaria ultraespansiva. Con l'avvento di Donald Trump, negli USA è stato inoltre eletto un presidente in grado di dare dimostrazione in modo esemplare della propria imprevedibilità. E che, anche in futuro, non mancherà di distinguersi per le sue sparate. Il conflitto con la Cina, ormai da tempo non più di natura meramente commerciale, ha la priorità assoluta nell'agenda di Trump. Ma la Cina stessa sta mostrando a Hong Kong il suo vero volto, e con la recente svalutazione della moneta nazionale ha mandato il Presidente americano su tutte le furie. Una composizione amichevole del conflitto appare quindi sempre più improbabile. Peraltro, per Trump è in gioco anche la sua rielezione.

 

Idee radicali nel Regno Unito

Con l'avvento di Boris Johnson ha fatto irruzione sulla scena il massimo grado di imprevedibilità in Inghilterra – e quindi anche in Scozia e Irlanda del Nord, dove Johnson è tutt'altro che amato. Al pari dell'UE, il Regno Unito non è in realtà preparato a una Brexit «dura», ovvero a un'uscita dall'Unione europea senza alcun accordo. Ma al momento Boris Johnson non sembra preoccuparsene affatto. Eppure dovrebbe essere ben consapevole che, in caso di abbandono dell'Unione Europea in via non amichevole, il suo Paese accuserebbe un colpo ben più duro rispetto al colosso UE. Johnson corre inoltre il rischio di allargare ancora di più la già profonda spaccatura che divide il Regno Unito. In ultima analisi, apporta infatti nuova linfa ai sogni di indipendenza di alcuni scozzesi; inoltre, proprio in vista della Brexit, anche l'IRA è tornata a farsi sentire. I mercati finanziari hanno già affossato la sterlina britannica, paventando un andamento a tinte altrettanto fosche per il futuro della Gran Bretagna. Anche l'economista Patrick Minford, ritenuto l'ideologo della Brexit sul piano economico, è sostanzialmente di questo avviso. Sarebbe tuttavia disposto a «smantellare l'intera industria», e ritiene addirittura che ciò risulterebbe nel pieno interesse del Regno Unito, esattamente come accaduto ai tempi della dismissione dei settori industriali di acciaio o carbone. È consapevole che una scelta del genere porti alla cancellazione di innumerevoli posti di lavoro, ma ritiene che il «No Deal» sia lo scenario migliore per il Regno (ancora) Unito. Secondo Minfort, per la Gran Bretagna basterebbe stipulare un numero sufficiente di accordi di libero scambio, tra l'altro con gli Stati Uniti, facendo sì che in ultima analisi i vantaggi della Hard Brexit risultino preponderanti. Il volpone ritiene inoltre che in caso di Hard Brexit non sarebbe necessario pagare la «fattura di divorzio» da 39 miliardi di sterline e che con l'abrogazione dell'intero quadro normativo UE e il blocco totale per i richiedenti asilo nell'UE si otterrebbero notevoli vantaggi finanziari. In una prospettiva di lungo periodo questi conti potrebbero anche tornare, ma dopo il 31 ottobre 2019 sull'isola di Albione la situazione potrebbe farsi estremamente frenetica.

 

Mercati finanziari sul chi vive

Mancano ormai meno di novanta giorni prima di arrivare a questo punto. Finora i mercati finanziari si sono occupati soltanto marginalmente di questo tema, e quasi esclusivamente sul fronte valutario. Tuttavia, alla fine della scorsa settimana Donald Trump ha gettato nuova benzina sul fuoco degli scontri commerciali, e questa volta i mercati hanno reagito con estremo nervosismo. La situazione è già abbastanza fragile ogniqualvolta gli imprevedibili anglosassoni alimentano il clima di crescente irrequietezza. Se adesso anche la congiuntura dovesse finire a gambe all'aria – cosa che peraltro non può più essere esclusa, in quanto dalla scorsa primavera i principali indicatori anticipatori puntano al ribasso – sui mercati finanziari la volatilità potrebbe riaffermarsi come una costante. Le previsioni meteofinanziarie per la tarda estate sono quindi chiare già oggi: probabile un aumento delle turbolenze, temperature dei tassi in Svizzera ampiamente sotto zero.

 

Il prossimo appuntamento con questa pubblicazione è previsto per il 21 agosto 2019.

 

Download l'articolo (PDF, 253KB) / Archivio