Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

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Edizione 19.03.2020 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

La scorsa settimana è stata densa di eventi, e anche questa non è da meno. Non passa giorno in cui non siamo sopraffatti da accadimenti e circostanze completamente nuovi. Se si ascoltano i notiziari, l'argomento è sostanzialmente uno solo: il virus è fra di noi, il virus è onnipresente.

In Europa le ultime misure di isolamento varate rappresentano soltanto un'ulteriore tessera del mosaico sulla strada che, innegabilmente, porta dritta dritta verso la recessione. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, il coronavirus non condizionerà le nostre vite soltanto nelle prossime quattro settimane, ma ben oltre. La crisi attuale rappresenta una seria sfida per la comunità degli Stati, per ogni Paese e, in ultima analisi, per ognuno e ognuna di noi. È difficile accettare l'idea di essere condannati a una consapevole inazione. Isolarsi dal mondo ed evitare possibilmente qualsiasi contatto è diventato la nuova quotidianità. Per il momento qui in Svizzera abbiamo ancora qualche libertà in più rispetto a tanti altri in Europa, ma in confronto a prima siamo comunque ridotti ai minimi termini.

Quando questa settimana mi sono recato a Zurigo, stentavo a riconoscere il mondo. Traffico azzerato. Il centro cittadino, normalmente pulsante di vita, era deserto e le poche persone che si vedevano in giro andavano di fretta, con una meta ben precisa e concentrate su se stesse. Zurigo sta vivendo proprio in questi giorni il passaggio da un estremo all'altro: invece della consueta frenesia aleggia un'atmosfera quasi spettrale. Mi sono sorpreso a desiderare segretamente la vecchia Zurigo, per quanto irritante e sovraffollata. Ma fino a nuovo avviso sarà solo un ricordo. Dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare e di concepire la vita – è il virus a imporcelo. Se vogliamo davvero contenerlo e metterlo alle corde, la nostra vita dovrà cambiare in modo drastico. E attualmente ne stiamo già ricevendo un assaggio. La questione non è come faremo a uscirne, ma come riusciremo a gestire la quotidianità. In molti arriveranno oltre la soglia del dolore. La paralisi dell'economia minaccia l'esistenza di un numero imponderabile di aziende di tutte le dimensioni e attive in qualsiasi settore. Più la situazione si protrarrà, più verranno erose sostanza e riserve. Non esiste altra via da seguire: lo Stato è ora chiamato a fare in modo che i danni generalizzati vengano contenuti entro limiti ragionevoli. Tutti seguiranno ora questa strada. I cinesi indebitati fino al collo così come gli americani. E lo stesso vale per europei e giapponesi. Tutti spenderanno soldi che sostanzialmente non hanno per sostenere l'economia. Sotto questo profilo, qui in Svizzera abbiamo una situazione di partenza più favorevole in quanto le nostre finanze pubbliche consentono di stanziare anche cifre finora ritenute inconcepibili. Ma, soprattutto, bisogna fare in fretta. Oltre allo strumento ben rodato del lavoro ridotto, che deve essere ora gestito nel modo più snello e senza formalismi burocratici, sono necessari anche provvedimenti per le numerose aziende più piccole, i cui proprietari non hanno diritto all'indennità per lavoro ridotto ma che fanno affidamento sul proprio salario. È fuori questione che, alla fine, questa crisi costerà alla Svizzera più di quella dei mutui subprime. E questo i mercati azionari lo hanno ben capito, in quanto sanno che presto molte aziende saranno costrette a fare ricorso agli aiuti statali, e dagli Stati do-vranno essere salvati. Così come sanno che la politica monetaria non potrà fare più molto. Le banche centrali, su cui i mercati hanno potuto fare affidamento per così tanti anni, hanno nella propria farmacopea soltanto oppio per ottundere i sensi, ma non un siero con cui curare il coronavirus.