Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Questione di percezione

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Edizione 04.03.2020 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

Poco meno di una settimana fa una coda interminabile di persone si ammassava ai cancelli degli impianti di risalita in Val Gardena: altissima stagione nel rinomato comprensorio sciistico altoatesino. La solita calca, gomiti sporgenti per farsi largo, neanche un centimetro ceduto volontariamente ai vicini, e tutti pronti a fiondarsi pressoché all'unisono nella cabinovia.

Poi all'improvviso la folla si apre come le acque del Mar Rosso e tre sciatori asiatici vengono fatti gentilmente passare avanti. Restano soli nella cabina che normalmente ospiterebbe 12 persone, e appena escono dal campo visivo delle altre persone in attesa, queste ultime si scambiano sguardi eloquenti. Qualcuno simula un attacco di tosse e i più scoppiano in grasse risate. Come si suole dire, «oltre al danno, la beffa» – follia pura. E questa follia si propaga a macchia d'olio, in quanto ci sono persone che pontificano ai quattro venti i motivi per cui ritengono che il primo focolaio del virus sia scoppiato proprio in Cina. E anche il motivo per cui si sta diffondendo così fortemente proprio in Italia. Ebbene, si tratta di comportamenti assolutamente discriminanti e tutt'altro che divertenti.

 

Tra il contraddittorio e l'assurdo

Soltanto pochi giorni dopo, le autorità austriache hanno bloccato al valico di frontiera del Brennero un treno in viaggio da Venezia a Monaco di Baviera soltanto perché a bordo si trovavano due donne tedesche che avevano forte tosse e febbre alta. Entrambe erano state testate a Verona per il coronavirus, peraltro con esito negativo; nonostante avessero lasciato il treno già da tempo, il convoglio è stato comunque fermato dopo che le autorità italiane avevano notificato l'episodio a quelle austriache. Inoltre, la Centrale regionale di allarme del Tirolo ha disposto il blocco totale del traffico ferroviario al Brennero – si noti bene, il principale collegamento ferroviario tra Italia e Germania. L'identità dei passeggeri scesi in seguito in Austria sul treno bloccato è stata registrata, ma a Monaco tutti sono potuti scendere normalmente dal convoglio senza alcun controllo o restrizione. Come si suole dire, «Paese che vai, usanze che trovi» – pura follia. E, come sappiamo, questa follia è ulteriormente dilagata. L'Italia, il Paese europeo colpito più duramente dal coronavirus, ha messo in atto una febbrile ricerca del famigerato paziente zero. In termini tecnici usati in epidemiologia, si tratta cioè della prima persona ammalata dalla quale l'infezione si è poi propagata. Nel frattempo l'Italia deve chinare il capo davanti al rimprovero di essersi persa in un bicchier d'acqua nella ricerca di questo «paziente zero». Il «Corriere della Sera» ha messo in luce l'atteggiamento di estrema leggerezza e negligenza adottato dalle autorità italiane. Ma anche se tutto fosse andato più in fretta e il famigerato Mattia di Codogno (Lombardia) avesse potuto essere identificato in tempi più ristretti, dubito molto che sarebbe stato possibile bloccare la diffusione del virus nella Penisola. Infatti, anche il paziente zero deve essere stato contagiato da qualche parte, a rigor di logica ad esempio dal paziente «meno uno». E molto probabilmente ci sono state anche altre persone che, parallelamente, sono state contagiate in contesti del tutto diversi. La ricerca spasmodica del paziente zero è quindi una cosa del tutto assurda. E peraltro nemmeno così nuova: basti pensare a Gaëtan Dugas. L'assistente di volo canadese è stato a lungo stigmatizzato come l'uomo che ha portato il virus dell'HIV in America. Nel frattempo un nuovo studio della University of Arizona di Tucson ha dimostrato inequivocabilmente come Dugas sia stato considerato a torto come il «paziente zero». Per questo era stato ingiustamente demonizzato. Proprio come sta accadendo adesso con questo Mattia di Codogno. Del resto, le persone hanno difficoltà ad accettare di non saper trovare una spiegazione a fenomeni sconosciuti. Come si suole dire, «La gente ha più paura dell'ignoto che del pericolo». E, allo stato delle conoscenze attuali, il Covid-19 è probabilmente molto meno pericoloso di quanto non sia temuto. Da qui derivano le reazioni pressoché folli, contraddittorie e insensate.

 

Quando economia fa rima con follia

A tutto ciò si aggiunge la follia sotto il profilo economico. Un primo assaggio è stato dato ancora una volta dai mercati finanziari, notoriamente propensi agli eccessi. In un primo momento le borse hanno osservato l'intero scenario con il dovuto distacco. Sebbene l'esito finale fosse chiaro da tempo, i mercati hanno atteso finché il Covid-19 non è più stato un fenomeno locale o regionale, bensì si è manifestato ai quattro angoli della Terra, con l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) che ha parlato di una situazione molto delicata e con Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'OMS stessa, che ha (logicamente) riconosciuto come il virus abbia il potenziale per causare una pandemia. Poi le borse hanno subito un vero e proprio tracollo. Nel giro di una settimana i mercati mondiali hanno perso 6500 miliardi di dollari di capitalizzazione. E poi? Poi lunedì scorso è arrivato un vigoroso rimbalzo. I mercati statunitensi hanno messo a segno uno dei guadagni giornalieri più elevati della loro storia, in quanto hanno ceduto all'illusione che la politica monetaria possa metterci una pezza anche stavolta. Le quotazioni borsistiche sono arrivate a scontare fino a quattro riduzioni dei tassi negli USA, creando la necessaria pressione che Donald Trump non ha esitato a riversare direttamente sul Presidente della Federal Reserve. E martedì Jerome Powell ha sorpreso tutti con un taglio dei tassi di 50 punti base. L'indipendenza della politica monetaria è acqua passata – oggi i banchieri centrali sono i supereroi dei mercati finanziari e si pongono supinamente al loro servizio ogniqualvolta scoppia il panico. Ma contro l'attuale «pandemia» le misure di taglio dei tassi potranno fare ben poco, esattamente come per i loro effetti prevedibili sull'economia reale. Se i governi continueranno con testardaggine a scherzare con il fuoco e tenteranno ostinatamente l'impossibile, ovvero debellare il virus arrivando praticamente a fermare l'economia, la congiuntura mondiale non potrà che subire gravi danni. Poi arriverà la vera depressione. L'unico rimedio è quindi una sagacia senza precedenti.