Il parere dell'economista capo di Raiffeisen
10.03.2026
Fredy Hasenmaile
Economista capo di Raiffeisen
I mullah hanno il coltello dalla parte del manico
Posizione, posizione, posizione è il mantra fondamentale del settore immobiliare, la cui rilevanza è chiara ed evidente per tutti gli esperti immobiliari. Avrebbero invece bisogno di chiarimenti numerosi analisti di tutto il mondo, che da oltre una settimana analizzano le conseguenze della guerra in Iran.
Posizione geostrategica straordinaria
L'Iran gode di una posizione eccezionale in termini sia geografici che strategici. Come su un piatto d'argento, ogni giorno lungo la costa meridionale del paese transitano da 10 a 20 petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, il corridoio o la cruna dell'ago del Golfo Persico. Per questa via vengono trasportati ogni giorno pressoché 21 milioni di barili di petrolio. In pratica non esistono alternative. Altri mezzi di trasporto non sono economici e le capacità disponibili nella pipeline non sono sufficienti a compensare nemmeno in parte un'eventuale interruzione nell'approvvigionamento. L'oleodotto est-ovest, che collega Abqaiq nel Golfo Persico al porto di Yanbu sul Mar Rosso attraversando l'Arabia Saudita, ha un diametro di soli 120 centimetri: un volume sufficiente per al massimo cinque milioni di barili al giorno.
Stretto di Hormuz de facto chiuso
Dopo che diverse petroliere sono state incendiate nel Golfo Persico, il trasporto marittimo commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz è stato interrotto. Il rischio è decisamente troppo elevato per le compagnie di navigazione. E se le petroliere si fermano nei porti, il petrolio arabo rimane nel terreno. L'Iraq, ossia il secondo maggior produttore di greggio all'interno dell'OPEC+, ha già dovuto ridurre la produzione nel suo più grande giacimento petrolifero perché le strutture di stoccaggio sono piene fino all'orlo e il petrolio non può essere trasportato via. Pochi giorni dopo, anche il Kuwait ha iniziato a diminuire la produzione. Gli attacchi iraniani agli impianti energetici dei paesi del Golfo hanno anche spinto l'Arabia Saudita a sospendere la sua più grande raffineria di petrolio e il Qatar a interrompere la produzione nel suo enorme impianto di gas naturale liquefatto. Qualora lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso per diverse settimane, il mercato del petrolio dovrebbe far fronte a un deficit di offerta del 15-20%.
Effetti sull'economia globale
Per l'economia mondiale, la domanda fondamentale è quindi: in che misura continuerà a salire il prezzo del petrolio e per quanto tempo? Anche al livello attuale, l'incremento dei prezzi petroliferi alimenta l'inflazione. L'entità dell'ulteriore rialzo dei prezzi del greggio dipende dalla durata del blocco dello Stretto di Hormuz. Una verità lapalissiana, questa, che viene ripetuta all'infinito da analisti ed economisti di tutto il mondo. Non seguono ulteriori analisi più approfondite. Persino chi seguita a ipotizzare un conflitto di breve durata e pertanto prevede una rapida riapertura dello Stretto di Hormuz non spiega come ciò possa avvenire dal punto di vista militare o politico.
Protezione completa: un'impresa impossibile
L'approvvigionamento globale di petrolio è di fatto prigioniero nella morsa del regime iraniano, il quale controlla lo Stretto di Hormuz. Tale controllo implica che le forze americane non possono impedire completamente che le petroliere vengano colpite nello stretto braccio di mare da oltrepassare. Gli attacchi aerei statunitensi e israeliani hanno decimato effettivamente l'arsenale di missili balistici dell'Iran. E secondo le dichiarazioni di un ammiraglio statunitense il numero di attacchi missilistici si è ridotto del 90%. Ma in tutto ciò non si parla di droni. L'Iran è uno dei più importanti produttori al mondo di droni d'attacco a basso costo, come ad esempio lo Shahed-136. Questi droni kamikaze possono essere trasportati facilmente tramite un piccolo camion e possono essere lanciati in aria in brevissimo tempo. Dal punto di vista militare, è quasi impossibile impedire la produzione, lo stoccaggio e il lancio di questi droni in un paese le cui dimensioni sono di quattro volte e mezzo superiori a quelle della Germania. Soprattutto perché gran parte dell'economia iraniana è sotto il controllo delle guardie rivoluzionarie. Certo, l'Iran potrebbe presto non disporre più di un programma nucleare, e non avere più né una marina militare né missili. Ma ciononostante avrebbe comunque a disposizione i droni, e questo è proprio il punto cruciale. Considerato che ciò basta per tenere chiuso lo Stretto di Hormuz.
I limiti delle soluzioni militari
Finora nessun esperto militare è riuscito a spiegarmi in modo plausibile come si potrebbero proteggere adeguatamente le petroliere in circostanze come queste. Nemmeno le scorte militari possono risolvere il problema. Le navi di scorta non sono in grado di intercettare al contempo i missili, eliminare le mine marine, combattere gli sciami di droni in aria e in acqua e in aggiunta gestire altresì le interferenze GPS. La potenza della guerra asimmetrica – in particolare attraverso i droni d'attacco – è stata dimostrata in modo impressionante ed evidente dagli ucraini nel Mar Nero. È quindi impossibile evitare che qualche petroliera venga incendiata mentre cerca di oltrepassare lo Stretto di Hormuz. L'esperienza con i ribelli Houthi nello Yemen illustra bene i limiti delle operazioni militari. Nell'ambito dell'operazione «Rough Rider», nel marzo e nell'aprile 2025 gli Stati Uniti hanno effettuato più di 1000 attacchi aerei contro gli Houthi, senza però riuscire a eliminare in modo sufficiente la loro capacità di attacco. Un cessate il fuoco ha posto fine all'operazione. E gli Houthi dichiararono che non avrebbero più attaccato le navi statunitensi. Da allora, però, hanno ripetutamente compiuto attacchi e affondato navi battenti un'altra bandiera.
Sui mercati comincia a calare il buio
È particolarmente degno di nota che la valutazione degli operatori del mercato sia cambiata dai primi giorni di guerra. Inizialmente prevaleva la speranza di una rapida conclusione del conflitto. Anche i segnali rassicuranti del governo statunitense hanno contribuito a stabilizzare temporaneamente i mercati. Tuttavia, lo scetticismo è cresciuto di giorno in giorno, di pari passo con l'avvicinarsi graduale del prezzo del petrolio alla soglia dei 100 dollari al barile. L'assenza di vie d'uscita da questa situazione non è ancora stata completamente scontata dai mercati. Il fatto è che senza la caduta del regime, difficilmente la minaccia potrà essere eliminata in modo definitivo. E storicamente le guerre aeree non hanno praticamente mai portato a un cambio di regime. Una possibile via d'uscita sarebbe la creazione di una zona cuscinetto lungo la costa iraniana nel Golfo Persico, combinata con l'installazione di un sistema di difesa anti-droni su larga scala. Uno scenario simile richiederebbe, però, il dispiegamento di truppe di terra. Ma l'esercito statunitense non è attualmente preparato a una tale eventualità, la cui attuazione richiederebbe mesi.
Accordo probabile, ma strategicamente sbagliato
È quindi più probabile uno scenario differente: ossia negoziati o accordo. Ma il tempo lavora contro Washington. Ogni settimana che lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, le riserve mondiali di petrolio, inizialmente ben rimpolpate, si riducono sempre più. La situazione di stallo si aggrava e i prezzi del petrolio continuano a salire, rischiando di provocare onde d'urto all'economia globale. Lo shock energetico potrebbe trasformarsi in una crisi energetica. Il Presidente statunitense Trump ha dunque poco tempo a disposizione per decidere che cosa offrire in contropartita dell'apertura dello Stretto di Hormuz. Sebbene il regime iraniano sia con le spalle al muro, ha tuttora un asso nella manica decisivo, e se lo farà pagare profumatamente a caro prezzo.
È tuttavia altamente improbabile che una soluzione negoziale di questo tipo sia sostenibile nel lungo periodo, poiché il regime iraniano potrebbe ripetere il ricatto in qualsiasi momento. Finché la minaccia dei droni non potrà essere neutralizzata, vale una semplice realtà geopolitica: i mullah hanno il coltello dalla parte del manico.
Fredy Hasenmaile
Economista capo di Raiffeisen
Fredy Hasenmaile è economista capo e responsabile dell'Economic Research di Raiffeisen Svizzera dal 2023. Insieme al suo team, Fredy Hasenmaile analizza gli sviluppi globali e nazionali dei mercati finanziari ed economici. Rientra nei suoi compiti quello di interpretare gli eventi in ambito economico e di formulare previsioni sui principali indici economici.
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