Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Caso particolare? Ma è evidente!

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Edizione 09.12.2020 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

Già da diverso tempo non si sente più parlare del «caso particolare Svizzera» (c.d. Sonderfall). Eppure al momento stiamo decisamente rendendo onore a questa definizione sotto molteplici punti di vista. Iniziamo dalle novità positive. Nel terzo trimestre 2020 l'economia svizzera si è ampiamente stabilizzata grazie ad un vero e proprio boom dei consumi. Rispetto al catastrofico trimestre precedente, caratterizzato dal lockdown, i consumi privati sono infatti cresciuti di quasi il 12 %, contribuendo quindi per oltre quattro quinti alla ripresa del 7,2 % del PIL.

Il mancato «sciopero» da parte dei consumatori è riconducibile anche al fatto che i redditi disponibili non hanno subito decurtazioni significative grazie alle indennità per il lavoro ridotto e alle prestazioni per perdita di guadagno dovuta al Corona-Virus. In realtà questi aiuti sono costati allo stato un bel gruzzoletto – per la precisione, finora oltre 25 miliardi di Franchi. Ma in periodi come questo, le cose devono essere viste in termini relativi. È una cifra altisonante, e in realtà si tratta a tutti gli effetti di un sacco di soldi, ma nel complesso la Svizzera è stata piuttosto sobria rispetto allo scenario internazionale. Alcuni stati hanno infatti dovuto mettere mano in modo decisamente più incisivo ai propri forzieri, senza peraltro riuscire a conseguire la performance economica che la Svizzera può vantare attualmente.

Ma ci sono anche notizie meno buone. Ci collochiamo ai vertici mondiali assoluti nella graduatoria dei casi di Corona-Virus, sia in termini di decessi che di nuovi contagi per 100 000 abitanti. A questo riguardo, un nesso diretto appare difficile da confutare. Esiste palesemente una correlazione negativa tra misure imposte dall'emergenza pandemica e crescita economica. Infatti, «salute» non è necessariamente anche sinonimo di «economia», anche se i politici di ogni colore e schieramento lo ripetono fino allo sfinimento. Maggiore è l'incisività degli interventi, minore è il numero di contagi e quindi di morti, ma più depressa risulta anche la crescita economica. Con il suo approccio al coronavirus finora relativamente accomodante, la Svizzera si profila a riguardo come un vero e proprio caso da manuale. Praticamente nessun paese al mondo sta cercando in maniera quasi ossessiva di evitare una nuova battuta d'arresto dell'economia, analoga a quella accusata nel 2° trimestre 2020. Costi quello che costi, anche vite umane – così pare. E un approccio di questo genere dà i suoi frutti, traducendosi concretamente nei dati appena menzionati sull'andamento dell'economia. Il rovescio della medaglia è costituito dall'elevato tributo di vite umane. Le morti sono tanto numerose che nella stampa estera si legge ormai spesso che noi svizzera saremmo carenti di empatia – in generale e in particolare verso i defunti. In effetti è davvero inquietante come il numero dei decessi evidenzi una fuga in avanti senza che la cosa susciti un polverone. In primavera, quando la deferenza verso il COVID-19 era decisamente maggiore – in quanto si trattava di un'incognita senza precedenti – i numeri dei contagi da Corona-Virus erano molto più bassi, mentre il coinvolgimento emotivo della popolazione era tangibile. E lo stesso accadeva per la solidarietà sociale. Oggi è l'ottundimento a farla da padrone, nessuno vuole guardare il problema dritto negli occhi, è come se la questione fosse archiviata – ma proprio qui è insito il pericolo. L'atteggiamento delle persone qui in Svizzera è evidente: tutti (gli altri) devono vaccinarsi quanto prima, e poi sarà tutto passato. Fino a quel momento possiamo tornare a prendere le cose con una certa leggerezza e lasciare un po' da parte la disciplina. In fondo una soluzione è in vista, no? Al contempo è tuttavia poco chiaro cosa farà poi la metà della popolazione scettica verso il vaccino. Del resto, adesso abbiamo cose più importanti da fare: dobbiamo salvare la stagione sciistica. 

 

Sci a qualsiasi prezzo

Siete mai stati a sciare a Ebenalp, nel cantone Appenzello Interno (10 km di piste preparate)? No? Non fa niente, potete sempre provare adesso, visto che il «comprensorio sciistico» è aperto. In Europa non si scia in nessun'altra parte. Lungo l'arco alpino i comprensori sciistici attualmente chiusi sono 453, mentre quelli aperti sono 20 – e si trovano tutti in Svizzera. E così siamo tornati alle particolarità della Svizzera che rendono possibile un simile scenario: con un numero di contagi da coronavirus come il nostro attuale, nei paesi che ci circondano ci si preoccuperebbe solo di correre ai ripari. A nessuno verrebbe mai l'idea di pensare allo sci. In Germania le persone finora morte a causa della pandemia sono poco meno di 20 000. Qui da noi contiamo attualmente oltre 5100 decessi. Di norma, per effettuare un confronto diretto con i nostri vicini settentrionali le cifre svizzere vengono moltiplicate spannometricamente per dieci. A fronte dei numeri attuali dei casi, la differenza tra i due paesi non è minimamente spiegabile in termini di estensione territoriale e/o numero di abitanti. Anche qui ci distinguiamo per le cifre elevatissime. Eppure, chi lo scorso venerdì ha guardato la trasmissione Arena sul canale SRF 1 della televisione svizzera ha potuto constatare che in realtà tutti pensano a una sola cosa: evitare un secondo lockdown parziale e salvare la stagione sciistica! Tali obiettivi vengono indicati per i motivi più nobili e disparati, si capisce, ma in ultima analisi nessuno degli esponenti dei principali partiti intervenuti alla trasmissione ha avuto il coraggio di perorare con fermezza una chiusura generalizzata. E il dibattito sulle limitazioni nell'occupazione dei posti di ferrovie di montagna e impianti di risalita è stato di natura più filosofica che concreta. Si è infatti parlato di 

formule di sicurezza, ma non di contingentamento. Insomma, si vuole che gli impianti di risalita girino a pieno carico. Di tutto questo è stato possibile prendere atto lo scorso fine settimana: lunghe code davanti agli impianti di risalita, calca al loro interno. Distanza minima di zero metri, ma almeno tutti portavano la mascherina (indossata più o meno correttamente). No, non si tratta di un caso particolare, bensì di semplice e puro fatalismo. Il fatto che gli impianti di risalita non siano redditizi a capacità ridotta non dovrebbe essere un argomento valido per riempirli come carri bestiame. Sarebbe allora preferibile chiuderli del tutto e indennizzare i gestori. I mezzi finanziari per un intervento del genere sarebbero senz'altro disponibili. All'utile conseguito dagli impianti di risalita si contrappone altrimenti il rischio per la vita di ogni individuo. Il classico dilemma del prigioniero. Tale rischio non potrebbe mai e poi mai essere assunto dagli operatori se ciò si traducesse in un prezzo concreto. È quindi possibile convenire anche che un impianto di risalita stipato all'inverosimile non rappresenta un focolaio di rischio. Oppure, come è stato ribadito nella trasmissione di venerdì: il problema non sono gli impianti, bensì tutto quello che succede al di fuori delle piste e nel doposci. Ritengo improbabile che i rappresentanti del settore alberghiero e della ristorazione siano di questo avviso. È ricominciata la caccia al capro espiatorio, e ormai da tempo non sono della partita soltanto Confederazione e Cantoni. 

 

Fieri di essere diversi

Nel dizionario storico della Svizzera si legge quanto segue in merito al «caso particolare Svizzera»: «Il concetto di Sonderfall («caso particolare»), poco preciso sul piano analitico e sulla cui origine e diffusione si hanno scarse notizie, si riferisce alla posizione unica ed esemplare che spetterebbe alla Svizzera nella comunità internazionale, sulla base della sua storia e della sua cultura. La percezione di un carattere particolare risulta in primo luogo dal confronto con gli stati confinanti, cioè dal contrasto tra piccolo e grande, repubblicano e monarchico, variegato e unitario dal profilo linguistico e religioso. La tesi del Sonderfall fa pure riferimento alla peculiarità del paesaggio e del clima (specialmente delle Alpi) e ai loro presunti effetti sulla mentalità delle persone. Contempla inoltre virtù quali il piacere del lavoro, la parsimonia, la pulizia e il rispetto degli impegni presi, che, pur non venendo rivendicate in maniera esclusiva, sono comunque percepite come particolarmente spiccate nel paese. La sua funzione politica e sociale consiste nel delimitare e nel distinguere, e quindi indirettamente nel non doversi adeguare a standard internazionali o universali». È praticamente impossibile formulare questo concetto in maniera più puntuale e pertinente. Voglio dire: il fattore decisivo non è soltanto la via seguita, bensì e soprattutto la consapevolezza di intraprendere una propria via particolare ed esemplare. E ciò implica nel senso più profondo che la via svizzera è  diversa rispetto ad altrove – forse ostentatamente diver sa, addirittura? Per questo motivo qui in Svizzera, nonostante il numero vertiginoso dei contagi da Corona-Virus, trovano applicazione regole che nel resto dell'Europa sarebbero viste come un forte allentamento rispetto al quadro vigente nel rispettivo paese, e che qui da noi sono invece considerate come estremamente ferree e austere. Rispetto all'estero anche i recenti inasprimenti sono misure all'acqua di rose, mentre qui sono considerati come sproporzionati, se non addirittura eccessivi. «Basta con ulteriori limitazioni»: è questa la massima fondamentalista della politica, e le nude cifre dell'economia, per quanto distorte possano essere, sembrano dare effettivamente ragione a questo postulato. Soltanto i morti non sono ovviamente considerati in questo computo. Del resto, anche questo è un caso particolare svizzero: dei morti non si parla.