Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

E cambiato tutto!

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Edizione 25.03.2020 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

Il coronavirus tiene tutto il mondo in una stretta morsa. L'Europa si trova, chi più chi meno, in stato di emergenza e gli Stati Uniti non ne sono molto lontani. È alquanto probabile che nei prossimi giorni assisteremo alla cessazione della produzione a livello globale e che l'attività continuerà soltanto laddove indispensabile all’approvvigionamento della popolazione, ossia nel settore sanitario, in alcuni servizi e nel commercio.

Se si arresta la produzione, prima o dopo si verificheranno strozzature nell’approvvigionamento. Si può solo sperare che non si arrivi a una tale situazione, ma non è possibile escluderlo. Chi avrebbe pensato otto settimane fa che avremmo vissuto in un mondo totalmente diverso da prima? La nostra routine quotidiana, così come ce la ricordiamo, è improvvisamente sparita e cerchiamo a tastoni, nel vero senso della parola, un nuovo universo in cui vivere.

L'essere umano reagisce per natura nella maniera più disparata, ma sono sicuro che alla maggior parte delle persone manca qualcosa. Manca ad esempio il contatto sociale. Niente più breve chiacchierata con i vicini nella forma in cui eravamo abituati a farla, bensì al massimo sotto stretto rispetto della distanza di sicurezza imposta e con il brutto presentimento che la vicinanza al prossimo sia dannosa. Per le persone più anziane questo è un vero e proprio martirio, considerato che spesso per loro tali contatti erano gli unici rimasti. Persino la visita di parenti è sconsigliata, a giusto titolo ovviamente. La distanza sociale è una sorta di divieto di contatto, anche se circola sotto comando. Quando vanno a fare la spesa, le persone restano il più lontano possibile le une dalle altre. Tutto sembra in qualche modo paralizzato, la circolazione sulle strade come pure le vie quasi praticamente vuote, che prima pullulavano di passanti da ogni dove. Manca la massa e manca la velocità: due peculiarità che plasmavano fortemente la nostra quotidianità. Manca la routine della frenesia giornaliera. La nuova lentezza e tranquillità forzate sono come una nuova vita, che va dapprima sperimentata e analizzata. È giusto che facciamo tutto il possibile per riuscire rapidamente ad avere la situazione sotto controllo, ma è piuttosto irrealistico pensare che presto potremo tornare alla vita di prima, così come era prima della pandemia. Nel caso migliore riusciranno a trovare un vaccino, altrimenti il virus ci terrà in una stretta morsa ancora per mesi e di conseguenza continueremo a concentrare i nostri sforzi al fine di contenere la diffusione del contagio. La distanza sociale plasmerà dunque il 2020.

 

Costosa riduzione dei danni

La politica non potrà tuttavia esimersi dal cercare di attenuare il più possibile il rigore che rischiamo a causa della cessazione delle attività economiche. E ciò richiederà ingenti somme di denaro, ma la politica non ha altra scelta. Gli imminenti pacchetti fiscali sono confezionati in misura differente a seconda del Paese, ormai non si tergiversa più da nessuna parte. Il coronavirus causerà costi enormi agli Stati. Ma i fondi stanziati basteranno effettivamente quando ad esempio bisognerà far fronte alla disoccupazione di massa? Nel caso peggiore probabilmente no. Al fine di evitare il cosiddetto «worst case scenario», ossia la peggiore delle ipotesi, ognuno di noi è chiamato a fornire il proprio contributo. Altrimenti le conseguenze della crisi degenereranno. Se non impariamo in questo periodo che non dobbiamo farci dirigere dall'ego, per quanto possiamo essere isolati in questo momento, allora non lo impareremo mai. Ma non tutti lo hanno capito. Anzi siamo ben lungi. Nel negozio nelle vicinanze per una settimana non era più disponibile la carta igienica. Anche altri scaffali erano vuoti, come mai li avevo visti prima. Per un semplice motivo: le persone acquistano scorte facendo incetta di determinati articoli. Le raccomandazioni di evitare di accumulare inutili scorte hanno sortito pochi effetti, così come la raccomandazione di evitare gli assembramenti di persone. Nonostante i chiari avvertimenti, ancora oggi – situazione in data odierna – le persone (anche gli uomini) si abbracciano o si danno la mano. Questo atteggiamento del tipo «a me non può succedere nulla», che tende al «me ne frego altamente», si continua a vedere in giro e danneggia (nonché ha danneggiato) la comunità. Basti pensare ai cosiddetti corona party, un'assurdità totale! È tempo di ridimensionarsi e tornare con i piedi per terra, e ciò vale per ognuno di noi. È tempo di riflettere su come strutturare la propria vita per l'avvenire.

 

È finita l'era dell'ego

Con il perdurare della crisi aumenta anche l'intorpidimento o l'apatia. Condizione che dobbiamo assolutamente evitare, poiché in tal caso si trascura anche la prevenzione. Per questo motivo la politica è presente più che mai. Possiamo crucciarci per la Merkel oppure, per quanto mi riguarda, per i nostri Consiglieri federali, ma è palesemente necessario mettere in guardia e far ragionare le persone, sensibilizzarle su che cosa possono fare per attenuare la situazione, e quando tutto questo non basta, emanare rispettivi divieti. Il potere pubblico nella forma in cui lo stiamo vivendo in questo momento è stato malvisto per molto tempo. Eravamo cittadini consapevoli, autentici, responsabili e avevamo entrambi i piedi ben piantati per terra. Non ci facevamo dettare quasi nulla. Le regole non erano nemmeno straordinariamente rigorose. Nella nostra società globalizzata e multiculturale apprezzavamo la molteplicità, la diversità e soprattutto la nostra libertà o le nostre libertà. Libertà che però ora è limitata dallo Stato, a giusto titolo poiché il bene comune è la priorità assoluta e non c'è più posto per la massimizzazione dell'utilità individuale o la riduzione dei danni individuali. È tempo che lo capiscano anche gli ultimi irriducibili. Si dice, e forse ora è proprio così, che ogni crisi rappresenta anche un'opportunità: basti pensare che ormai nessuno parla più di vergogna di volare o di overtourism, ovvero il sovraffollamento turistico. Al contrario, il paradosso oggi è persino non volare più, ma anche città completamente vuote come Venezia. È diminuito lo smog in Cina, ma non solo in quella regione, il traffico anche. Per l'ambiente questa pausa forzata dall'assidua smania globalizzata rappresenta una gradita distensione. Forse potrebbe veramente funzionare anche in modo diverso?

 

Nuovo mondo?

Mio figlio minore seguirà le lezioni scolastiche online. Infatti, da lunedì mattina gli insegnanti di classe metteranno online dei compiti che gli scolari dovranno risolvere. In seguito, potranno (e dovranno) inoltrare online i loro compiti agli insegnati. Inoltre è stato stabilito in quali determinate ore bisogna lavorare, quando e chi deve essere raggiungibile e le scadenze precise per la consegna dei lavori. Non funziona così male, ma naturalmente ai giovani manca qualcosa: adesso incontrano i loro compagni soltanto online. Il metodo di insegnamento non è affatto male. L'economista che è in me intravede persino un potenziale di ottimizzazione. Ma forse il nostro sistema di insegnamento non è così produttivo come ci hanno sempre detto? Nelle università si procede in modo analogo, molto – se non quasi tutto – funziona via Internet. Anche io faccio attualmente home office, a livello tecnico sono perfettamente connesso, la mia postazione di lavoro è una copia identica di quella che uso abitualmente presso il mio ufficio alla Brandschenkestrasse a Zurigo, e da casa posso fare de facto tutto quello che ho da fare. Solo il contatto con i clienti, ma anche quello con i collaboratori, è stato ridotto al mini-mo. Altrimenti posso svolgere il mio lavoro perfettamente da casa. Proprio come molte altre persone, pertanto non tutto è stato chiuso in questo momento, bensì le mansioni vengono svolte in maniera differente. E posso altresì occuparmi di mio figlio. Un patchwork, che ha anche i suoi vantaggi. Sono sicuro che questa è la realtà in cui vivono tantissime persone in questo momento. Imparano a conoscere questa nuova vita e forse presto la apprezzeranno pure. È il lato buono della crisi. Ci spinge a cercare un nuovo modo di pensare, ovunque. Sicura-mente di questi tempi sono ben pochi a sentire la mancanza di una vacanza ai tropici o della frutta esotica. Sarebbe invece davvero bello semplicemente passare una serata spensierata nel proprio ambiente abituale, con i propri cari e i propri amici, o no? Forse non serve nulla di più.