Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

E ora… si riparte!

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Edizione 22.04.2020 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

Dopo che per settimane abbiamo osservato e commentato giornalmente in modo minuzioso il numero di casi, i tassi di mortalità e i nuovi contagi, con le prime ripartenze, ossia l'allentamento dello stato di emergenza, in alcuni Paesi le discussioni si sono spostate dal virus stesso alle relative conseguenze sul piano economico, politico e sociale.

A tal proposto il vento è però cambiato e si moltiplicano le voci critiche, anche qui nel nostro Paese, delle cosiddette cerchie «pro-imprese», le quali ritengono che il lockdown va ben al di là dell'obiettivo e causa più gravi danni per l'economia che benefici per la salute della popolazione. Non sorprende dunque che le conseguenze economiche diventino sempre più concrete giorno dopo giorno e si situino nella fascia inferiore delle previsioni effettuate finora, come dimostrano i primi dati disponibili. Ad esempio l'economia cinese ha subito massicce perdite nel primo trimestre registrato il -9.8 % rispetto al trimestre precedente e la crescita annuale in Cina è crollata dal +6.0 % al -6.8 %, segnando così il primo minimo ufficiale dal 1976. Le cifre dell'ultimo mese del trimestre con la risalita graduale dell'economia indicano però una ripresa per l'industria dal crollo antecedente. Infatti a marzo la produzione industriale e le esportazioni non risultavano più così ampiamente indietro rispetto ai valori dell'anno precedente. Tuttavia, un ulteriore slancio della ripresa in aprile appare improbabile, dato il tracollo della domanda globale. La Cina ha iniziato i primi allentamenti a metà marzo, mentre in numerosi altri Paesi l'economia ha iniziato ad accusare i primi contraccolpi consistenti solo nella seconda metà di marzo. Ciò è però bastato per far calare drasticamente il PIL nel primo trimestre. Negli USA la produzione nel settore manifatturiero in marzo è scesa del -6.3 % rispetto al mese precedente, ossia in misura così forte come non più dalla seconda guerra mondiale, nonostante all'inizio del mese gli affari abbia-mo registrato un andamento pressoché normale. La flessione più consistente è stata accusata dalla produzione di automobili con il -35 %. Analogamente per quanto riguarda i fatturati del commercio al dettaglio il crollo delle vendite di automobili è stato uno dei principali motori della drastica contrazione mensile del -8.7 %. Inoltre, sono collassate anche le cifre d'affari dei distributori di benzina e dei negozi di abbigliamento come pure ovviamente degli esercizi pubblici. In Europa si prospetta un simile bagno di sangue della prestazione economica. Anche se rispetto agli Stati Uniti in questa area le conseguenze sul mercato del lavoro non dovrebbero essere tangibili nell'immediato, la contrazione economica darà fiato agli schieramenti che già da qualche tempo rivendicano un rapido ritorno alla normalità. E ciò, come già menzionato, vale anche in Svizzera.

 

È solo l'inizio, non la fine

Sul piano puramente economico il conto è presto fatto. Quanti più settori economici potranno far ritorno alla normalità nei prossimi giorni, settimane o mesi, vale dire tornare a girare a pieno regime, tanto più si potranno arginare in certa misura i danni economici. Irreversibile è già oggi la scia di devastazione che il virus ha lasciato colpendo duramente in termini di cifre d'affari. Le ferrovie di montagna, gli alberghi, le agenzie di viaggi, le compagnie aeree, i negozi di scarpe, i saloni di parrucchieri e la gastronomia nel complesso come pure il settore dell'intrattenimento e del fitness hanno subito da metà marzo perdite di fatturato tra il 65 % e il 95 %. In questi comparti un ritorno immediato alla normalità non salverebbe comunque più l'anno, anche qualora subentrassero effetti di recupero e il resto dell'anno registrasse un andamento dinamico superiore alla media. Calcolato in maniera approssimativa l'attuale lockdown è già costato finora all'economia svizzera almeno 30 miliardi di franchi, ovvero quasi il 5 % del prodotto interno lordo. Ben 1'500 persone si annunciano quali disoccupati a cadenza giornaliera presso gli uffici regionali di collocamento (URC). Già a marzo il tasso di disoccupazione è salito dal 2,5 % al 2,9 %, registrando un incremento di oltre 23'000 persone, malgrado lo shutdown in Svizzera sia stato imposto soltanto dal 16 marzo. Oltre 1,5 milioni di lavoratori ha richiesto il lavoro ridotto, pari a un buon terzo della popolazione attiva in Svizzera. Nel Cantone Ticino particolarmente colpito dal coronavirus questa quota è persino quasi il 50 % di tutti i lavoratori. Tali cifre sono de facto disastrose. È pertanto comprensibile che le rivendicazioni di arrestare il più presto possibile questa caduta libera si facciano sempre più insistenti, ma sarebbe tuttavia utopico pensare che nell'anno in corso, ma anche nell'anno a venire, potremo anche solo minimamente riavvicinarci di nuovo allo «stato normale». Le persone forse dimenticheranno rapidamente, ma questa situazione di immobilità e paralisi, il mix di noia e paura e la nuova lentezza che è sopraggiunta non spariranno da un giorno all'altro. Non è da escludere che dopo la fine della crisi della pandemia da coronavirus, a prescindere da quando questo accadrà, noi saremo di conseguenza non solo oltremodo spossati, ma anche in un certo senso purificati. Infatti, saranno in molti a riflettere veramente sul senso delle questioni essenziali. Non sono solo le uscite per divertirsi o i viaggi (in Paesi lontani) ad essere attualmente sul banco di prova, bensì anche il nostro comportamento generale nei confronti dei consumi, e personalmente credo sempre meno al ripristino della normalità così fortemente da molti auspicata e veemente richiesta. Considerato che le ultime settimane e le innumerevoli settimane a venire ci faranno rendere conto chiaramente che può anche funzionare in maniera differente dal solito, o dal «normale», e che molto di ciò a cui eravamo abituati e che ci appariva ovvio in fin dei conti non è così necessariamente indispensabile come pensavamo. La rinuncia a qualsivoglia valore materiale potrebbe essere il risultato di queste nuove esperienze, come pure la riscoperta dei valori immateriali come la vicinanza sociale, i legami familiari, l'approfondimento delle relazioni esistenti anziché la proliferazione dei contatti superficiali. La fine dello stato di emergenza potrebbe forse anche rappresentare l'inizio di una nuova era, chi può dirlo?

 

È normale?

A proposito di «stato normale», ma com'è nello specifico questa normalità? È normale che le banche centrali gonfino i propri bilanci, effettuino sempre più programmi di acquisto sui mercati finanziari, intervengano sui mercati delle divise e abbiano introdotto un regime di tassi zero o negativi, che ha comportato un enorme processo di ridistribuzione? È normale, che il debito pubblico sia uscito completamente da ogni controllo? È normale, che le economie altamente sviluppate, benestanti e ormai obsolete vengano mantenute su un trend di crescita con ogni mezzo possibile, sebbene molti ne abbiano già più che abbastanza? È veramente questo lo stato che tutti noi tanto auspichiamo di ristabilire? Oppure questo «shock esogeno», come definiremmo noi economisti la crisi del coronavirus, causerà un cambiamento di paradigma? Nella teoria economica sono proprio questi shock esogeni che possono destabilizzare o persino soverchiare un sistema economico obsoleto. Stiamo forse imparando ad apprezzare lo stretto necessario e dunque a percepire il superfluo come tale, dato che rinunciarvi non è poi così difficile? Si può anche vivere bene senza una vacanza a Bali, e persino senza un programma di vacanze per il prossimo autunno. La lentezza non deve necessariamente essere sinonimo di poca dinamicità, bensì può persino significare più sostenibilità, di cui tutti noi amiamo tanto parlare. L'overtourism, ossia il sovraffollamento turistico, le emissioni acustiche del traffico aereo, il collasso dell'intasamento stradale, l'inquinamento ambientale rientrano altresì nella tanto auspicata «normalità». Vogliamo per davvero tornare di nuovo in questa situazione oppure è forse meglio poco, ma in contropartita essenziale? Personalmente attendo con impazienza di vedere quale sarà la risposta alla crisi. Fino ad allora il mattino dormo un po' più a lungo del solito, visto che non devo più fare il pendolare e che il rumore degli aerei non mi sveglia più.