Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Finalmente di nuovo tutti al mare

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Edizione 17.06.2020 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

Negli ultimi tempi si sente parlare e si legge sempre più spesso di «nuova normalità» e di come questa cambierà le nostre vite e il mondo intero: fine della globalizzazione e dell'urbanizzazione, ritorno in auge degli Stati nazionali – solo per citare alcune delle possibili conseguenze «addebitate» al coronavirus. Altri affermano invece che la nuova normalità non sarà in fondo molto diversa da quella vecchia, ossia della situazione pre-coronavirus.

Per quanto la nuova normalità sia attualmente sulla bocca di tutti e appaia forse destinata ad affermarsi come «parola a sproposito» del 2020, probabilmente i suoi strascichi non andranno molto oltre. A meno che una seconda ondata non torni a perturbare il consueto fluire delle nostre vite. In questo caso sì che, a determinate condizioni, la nuova normalità potrebbe forse costringerci ad adattamenti permanenti – si noti bene: «costringerci» e non «convincerci». In caso contrario, per la massa abulica dell'umanità la parola «coronavirus» potrebbe al massimo scadere in un ricordo sbiadito di un periodo spiacevole, lasciando danni irreversibili soltanto a carico delle persone direttamente colpite dalla pandemia. La gente dimentica in fretta e attua cambiamenti incisivi di malavoglia e solo di rado su base volontaria. Basti pensare ai buoni propositi per il nuovo anno e a quanti di essi siano ancora attuali già alla fine di gennaio. 

Alla conclusione che dopo il coronavirus non cambierà praticamente nulla si giunge anche osservando con quale smania la maggior parte di noi aneli a tornare alla consueta (per non dire viziata) quotidianità. Il fatto che questo desiderio sia accarezzato da coloro che sono attualmente o sono stati colpiti in modo diretto dalla pandemia sotto il profilo economico o sanitario è comprensibile. Ma partecipare a feste roboanti in riva a un lago o in discoteca, volare per diletto negli angoli più remoti del globo terracqueo e spostarsi in massa senza alcun ritegno (a un concerto rock, a una fiera cittadina o altrove), ma anche abbattere le distanze sociali in palestra o in sauna – ebbene, tutte queste attività non sono sostanzialmente esigenze di base. E lo stesso vale per la movida dei turisti tedeschi a Maiorca (il cosiddetto «Ballermann»), dove le prime cavie da laboratorio hanno già fatto capolino; e altrettanto dicasi per la caccia ai migliori affari nel centro commerciale Lago a Costanza. Ma nella nostra società tutte queste attività rientrano nel novero delle libertà fondamentali, che tutti hanno e che tutti si prendono ogniqualvolta ciò sia possibile. A ciò si aggiunge il fatto che in Svizzera tendiamo molto malvolentieri a vederci derubati delle nostre libertà, e men che meno da parte di un'autorità come il Consiglio federale. Per molti la situazione di straordinarietà che abbiamo attraversato e in parte stiamo attraversando è una vera e propria spina nel fianco, e per la maggior parte delle persone si è trattato di qualcosa di insostenibile.

 

L'indignazione cede sempre il passo all'ottusità

Questo deve essere stato probabilmente anche il pensiero di coloro che lo scorso fine settimana hanno sciamato religiosamente in numerose città – anche qui in Svizzera– a sostegno delle dimostrazioni Black Lives Matter (BLM). Nei notiziari la nostra televisione pubblica ha raccontato con soddisfazione come le marce – per quanto tutte non autorizzate e con oltre 300 partecipanti – si siano svolte in modo pacifico. I manifestanti hanno goduto di un forte sostegno e della solidarietà tra i numerosi partecipanti, esprimendo la convinzione di poter indurre un cambiamento con le loro azioni. Una nuova normalità, appunto? Soltanto poche ore dopo la fine delle manifestazioni, un agente di polizia di Atlanta ha ucciso con tre colpi di pistola alle spalle il 27enne Rayshard Brooks, che si era addormentato in auto e che dopo un alcoltest positivo voleva sottrarsi all'arresto opponendo resistenza e cercando di fuggire. Anche dopo questo episodio si sono tenute ad Atlanta nuove dimostrazioni, a cui hanno partecipato circa 100 persone dagli animi surriscaldati. Dopo le proteste contro il razzismo già in atto da settimane negli USA, questo scenario ha messo Donald Trump palesemente sotto una pressione tale da indurlo ora a considerare l'adozione di alcuni impacciati provvedimenti per una deescalation. E sottolineo «impacciati». Anche questa è una nuova normalità? Né in un caso, né nell'altro c'è una parvenza di novità, bensì ci troviamo davanti al caro vecchio gioco («sporco»). Negli Stati Uniti i frequenti episodi di discriminazione razziale e di violenza da parte della polizia non sono assolutamente niente di nuovo e non scompariranno certo se adesso anche in Svizzera o in qualche altra parte del mondo si tengono delle dimostrazioni. Nella vita di tutto i giorni entrambi questi fenomeni spiacevoli vengono tuttavia percepiti in maniera marginale – vuoi per impotenza, vuoi per ottusità – sempre finché (e soltanto finché) a un certo punto vengono diffuse delle immagini che toccano il cuore in modo particolare e scuotono le persone tanto da farle scendere in strada. Per un paio di giorni o settimane, fino a quando il rancore (credo) giustificato e l'indignazione tornano a placarsi.  

 

Cernobyl, Fukushima, Aylan Kurdi... ma: tassi d'interesse a zero

Quando nel 1986 si verificò la catastrofe nucleare di Cernobyl, molti partecipanti alle successive manifestazioni contro l'energia nucleare pensavano che il momento sarebbe stato ottimale per far calare una volta per tutte una pietra tombale sulle centrali atomiche. Come oggi tutti sappiamo, anche l'incidente di Fukushima verificatosi oltre un quarto di secolo dopo non ha ancora decretato la fine dell'energia nucleare. I cambiamenti che devono essere appoggiati dalle persone non si attuano da un giorno all'altro, né tantomeno sono ingenerati da un ampio impulso di indignazione etica dettato da una situazione contingente, come ad esempio immagini o filmati che toccano il cuore. La stessa Angela Merkel ha dovuto constatarlo sulla propria pelle dopo che le foto del corpicino senza vita del piccolo rifugiato Aylan Kurdi avevano tanto toccato il suo cuore da indurla a credere sinceramente nel motto «Ce la facciamo». Ma la cultura dell'accoglienza non è durata a lungo – tant'è che recentemente la frontiera tra Turchia e Grecia è stata sigillata per i rifugiati. Anche i potenti del mondo non sono in grado di abolire per decreto l'inerzia umana e la dimenticanza. La normalità è ancora con noi: l'Europa sostanzialmente non vuole i rifugiati. Men che meno vogliamo divieti di uscire di casa, obblighi di indossare mascherine o regole di distanziamento – e proprio per questo motivo non ci atteniamo ovunque a tali disposizioni. Affinché i cambiamenti avvengano davvero, sono necessarie più la coerenza e la perseveranza che l'indignazione. E anche in questo caso non esiste alcuna garanzia di cambiamento, come abbiamo potuto apprendere dalla Primavera araba. Per questo motivo anche la nuova normalità è inesorabilmente destinata a divenire presto la vecchia normalità. Soltanto sui mercati finanziari si è davvero instaurata una nuova normalità. Gli operatori finanziari sono professionisti di grande esperienza nel campo delle manifestazioni – non in strada, si capisce – e raggiungono sempre il loro obiettivo. Pur trovandosi nell'occhio del ciclone, le borse vengono mantenute artificialmente di buon umore grazie alle iniezioni miliardarie di liquidità da parte delle banche centrali. Con il loro aiuto gli Stati possono accumulare esorbitanti montagne di debito a condizioni irrisorie e i tassi d'interesse a zero sono ormai cementati fino a chissà quando. Ecco: questa è, senza alcun dubbio, una nuova normalità.