Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Il peggio è alle spalle – per quasi tutti

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Edizione 06.05.2021 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

I segnali indicano che l'economia svizzera nel complesso si è lasciata il peggio alle spalle. Questo è quanto emerge infatti dagli indicatori congiunturali divenuti recentemente di pubblico dominio. Naturalmente a prima vista sono novità estremamente positive, considerato che l'indice dei responsabili degli acquisti (PMI) per la Svizzera ha raggiunto un nuovo picco storico, come pure il barometro congiunturale del KOF. Tuttavia, lasciarsi contagiare dall'euforia, che attualmente regna soprattutto in borsa, è ancora troppo presto.

Infatti, si tratta in primis di effetti di base che sono trainati dal fulmineo incremento messo a segno da entrambi gli indicatori guida e che attestano piuttosto una rincorsa al recupero e non un effettivo boom, e inoltre alcuni settori risentono tuttora fortemente delle restrizioni dovute alla pandemia da coronavirus.

Ma iniziamo con il comparto manifatturiero produttore che misurato sul PIL (con una ponderazione del 19 % circa) resta come di consueto uno dei principali pilastri su cui poggia la nostra economia. A fine aprile l'indice dei responsabili degli acquisti (PMI) per il comparto manifatturiero produttore si è collocato a un livello record storico. Nuovi massimi sono stati altresì registrati dai sottoindici ordinativi, prezzi d'acquisto e termini di consegna. Dall'inizio della serie di misurazioni nel gennaio 1995 il sottoindice per la produzione ha raggiunto una quota più elevata soltanto una volta, nello specifico nel luglio 2006. A prescindere dai record segnati, queste cifre devono però essere un po' relativizzate. I prezzi d'acquisto in rapido incremento sono ovviamente un vero e proprio veleno per i margini, anche se dovrebbe essere possibile trasferirli persino in un secondo momento quantomeno in parte. I termini di consegna a un livello elevato quasi da record segnalano difficoltà generali, probabilmente perché numerose imprese non si attendevano che la ripresa si mettesse in moto così rapidamente e in modo così concentrato. Tutto questo però non dice nulla sul livello in termini assoluti. Infatti, malgrado la dinamicità ci vorrà ancora un certo periodo di tempo finché le attività manifatturiere possano di nuovo riprendere l'output di prima del coronavirus. L'Europa è ancora piuttosto improntata alla cautela, anche se l'industria è proprio lì che comincia a riassettarsi. Finora la domanda di beni industriali viene trainata prevalentemente dagli Stati Uniti e dalla Cina: entrambi questi stati si confermano come attuali locomotive congiunturali globali. Ovviamente sono i prodotti farmaceutici ad essere di nuovo i pilastri portanti, ma altresì in altri settori come quello degli orologi, dei macchinari, del metallo e del materiale plastico, il vento è cambiato o sta comunque girando e la situazione degli ordinativi ha evidenziato un miglioramento. Se si seguono le catene di fornitura un po' all'indietro, si constata che il clima di fibrillazione nel comparto manifatturiero non ha ancora raggiunto presso i fornitori la stessa misura che si riscontra nella finitura. Quantomeno ciò è quanto suggerisce l'indice dei responsabili degli acquisti PMI, che arranca un po' e non tiene ancora il passo anche se da marzo si muove di nuovo in terreno espansivo e in aprile ha registrato un ulteriore incremento, tuttavia non con il ritmo estremo dell'indice PMI complessivo. Nell'ottica delle PMI è però confortante che le prospettive degli ordinativi siano nuovamente più rosee. In conclusione, l'industria prende dunque slancio.

Sebbene non ancora così in forma come l'industria, le prospettive per il settore dei servizi alle nostre latitudini si presentano nettamente rischiarate. A fine gennaio il comparto aveva di nuovo superato la soglia di espansione e da allora seguita ad accelerare il ritmo di continuo. Particolarmente marcata è stata l'evoluzione da qualche tempo delle nuove comande in modo tale che il portafoglio degli ordinativi risulta ora a un livello molto soddisfacente. Analogamente al comparto manifatturiero produttore, i prezzi d'acquisto nel settore dei servizi aumentano molto fortemente e in quest'ultimo in misura molto più marcata rispetto ai prezzi di vendita. L'unica nota dolente della congiuntura nell'intero settore dei servizi è stato l'andamento dell'occupazione. Ciononostante, al momento quantomeno si parla di stagnazione e non più di soppressioni. Inoltre, bisogna naturalmente considerare che gli indici dei responsabili degli acquisti tengono troppo poco conto dell'eterogeneità del settore dei servizi. Vi rientrano infatti parrucchieri o consulenti aziendali, banche e assicurazioni, intermediari o architetti, telecom e informatica, come pure i comparti arte, intrattenimento e relax o altresì le agenzie di viaggio. In effetti, in una considerazione complessiva del settore dei servizi non si tiene quasi conto del fatto che le agenzie di viaggio stentano piuttosto a tirare avanti, dato che la loro ponderazione rispetto al PIL è piuttosto esigua. In conclusione, il settore dei servizi è in espansione.

Nel commercio al dettaglio (con una ponderazione di quasi il 4 % rispetto al PIL) regna un clima all'insegna del buon umore dalla riapertura dei negozi e il settore evidenzia ora una leggera ripresa. Tuttavia, se questo basterà per portare il risultato annuo in territorio positivo anche per i meri commercianti stazionari, dipenderà ovviamente molto fortemente dall'eventualità che i negozi debbano chiudere ancora una volta prima della fine dell'anno e se il sentiment dei consumatori rimarrà intatto. Il commercio all'ingrosso (con una ponderazione di oltre il 9 %) è marcatamente trainato dal commercio di transito – ossia il commercio di materie prime – e si mostra pressoché immune alla crisi del corona. Un ulteriore peso massimo dell'economia svizzera – ovvero l'amministrazione pubblica (con una ponderazione di quasi l'11 %) – sottostà tuttora poco alle leggi del mercato. La sua creazione di valore è determinata ampiamente dai salari nel settore pubblico, che notoriamente sono piuttosto a prova di crisi. Poi ci sarebbe anche l'edilizia (con una ponderazione del 5.4 %), le cui capacità seguitano come prima ad essere ben sfruttate, ma che l'anno scorso si è ritrovata un po' tra l'incudine e il martello. Nei lavori edili principali la contrazione del fatturato nel 2020 è stata pari a ben il 5.8 %. Gli indicatori anticipatori segnalano che le cifre d'affari nell'anno in corso sono di nuovo progredite leggermente, ma non potranno compensare integralmente la flessione del 2020. I settori più problematici dell'economia svizzera sono, oltre che ai menzionati fornitori di servizi, quelli ad alta intensità di personale come la ristorazione (con una ponderazione dell'1.1 %) e l'alberghiero (con una ponderazione dello 0,6 %), per motivi comprensibili. In questo caso anche l'apertura delle terrazze aiuta poco a risollevare la situazione. Le speranze dei ristoratori e degli albergatori ricadono chiaramente sulla campagna vaccinale e sulle eventuali maggiori libertà che dovrebbero derivarne. Per molti di loro si tratta però di una vera e propria corsa contro il tempo, dato che la sostanza viene sempre più a mancare. Se gli affari nella stagione estiva non daranno loro una forte spinta come l'anno scorso, varie imprese si vedranno costrette ad arrendersi e a cessare l'attività. Certo, ciò potrà influire poco sul PIL considerata l'esigua quota di creazione di valore di entrambi i settori, visto che la «maledizione» della media nasconde qualsivoglia destino individuale. Tuttavia, chi parla da ormai così tanto tempo dell'agognata ripresa dell'economia svizzera dovrebbe sempre tenerlo ben presente. In conclusione, non tutti si sono lasciati il peggio alle spalle.