Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Il socialismo dei brevetti

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Edizione 12.05.2021 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

Poiché nel socialismo tutto viene condiviso, il principio riguarda in ultima analisi anche la proprietà intellettuale. È questo evidentemente il parere degli ex candidati alla presidenza statunitense Bernie Sanders o Elizabeth Warren – e non solo loro, bensì anche di molti altri esponenti del Partito Democratico. In coro, plaudono di conseguenza al Presidente in carica Joe Biden quando promuove una sospensione temporanea della protezione dei brevetti sui vaccini anti-Covid-19.

Biden non arriva certo alle conclusioni estreme di Sudafrica o India, che hanno richiesto una cancellazione completa e non solo un blocco temporaneo dei TRIPS (Trade-Related-Aspects of Intellectual Property Rights), l'accordo sulla tutela della proprietà intellettuale applicato nell'ambito dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC) e nel cui campo di applicazione rientrano anche i brevetti.

Considerando quanto a lungo questo accordo era stato a suo tempo oggetto di negoziati, limature e mercanteggiamenti, anche una sospensione temporanea della tutela dei brevetti rappresenterebbe la tomba dell'idea di fondo. Un'abrogazione in risposta alla pandemia (in quanto a eventi estremi bisogna rispondere con misure estreme) oltrepasserebbe chiaramente il segno. La concorrenza è e resta sempre la migliore fonte di soluzioni ottimali, e questo principio trova applicazione anche nel campo della produzione di vaccini. Chi mette a punto il preparato migliore deve poterne trarre beneficio anche sotto il profilo economico – è questo il principio che crea l'incentivo a prestazioni improntate all'eccellenza. Semplicemente, socialismo e tutela dei brevetti non sono compatibili. Attualmente appare improbabile che l'accordo TRIPS venga sospeso, in quanto la procedura di consenso che dovrebbe essere indetta richiederebbe l'unanimità, mentre Unione Europea, Giappone, Regno Unito e ovviamente un Paese ad altissima densità di case farmaceutiche come la Svizzera sono tendenzialmente contrari alla proposta di Biden. Il tutto lascia però un retrogusto sgradevole e in realtà la proposta non è stata ancora del tutto archiviata, in quanto gli Stati Uniti sono un membro potente, per non dire onnipotente, dell'OMC. 

L'azienda CureVac di Tubinga (Germania) ha inventato la vaccinazione basata su mRNA 20 anni fa in modo più o meno casuale. Ingmar Hoerr, uno dei due capi fondatori di CureVac, voleva verificare se si ottiene una reazione immunitaria nei topi iniettando loro del DNA. Hoerr racconta che, come convalida di questo esperimento, aveva somministrato a un secondo gruppo di topi un siero a base di mRNA, una copia molecolare del DNA. Ebbene, i topi in cui era stato iniettato l'mRNA evidenziavano la protezione immunitaria più forte ed efficace. Senza questa procedura, oggi non saremmo al punto in cui ci troviamo. Per molto tempo la tecnologia mRNA, nota al massimo agli specialisti, è rimasta perlopiù confinata nei laboratori; ma a partire dall'avvento del coronavirus anche i profani sanno quanto si sia rivelato utile poter sviluppare in tempi record un vaccino contro la pandemia. Questa procedura ha dato dimostrazione di essere più utile rispetto a tutte le altre di tipo convenzionale, peraltro grazie a poche (piccole) aziende biotecnologiche che hanno avuto il coraggio di portare avanti la sperimentazione con l'innovativa tecnologia mRNA. La politica, soprattutto in Europa, non ha puntato invece su queste piccole realtà biotecnologiche, bensì sui grandi gruppi farmaceutici ben affermati che realizzano i propri vaccini con la «tradizionale» tecnologia a vettore virale, scommettendo che la competizione tra giganti così messa in moto avrebbe generato grandi quantità di vaccini già in tempi brevi. Ebbene, la scommessa non si è rivelata vincente. Si prevede che entro il prossimo anno i vaccini a mRNA conquisteranno la leadership assoluta sul mercato mondiale, soppiantando i preparati convenzionali a vettore virale. Il vaccino di AstraZeneca presenta già il neo di effetti collaterali importanti e l'azienda non è stata altresì in grado di consegnare le quantità inizialmente convenute. Anche Johnson & Johnson non riesce a portare la produzione a regime e, secondo le indicazioni fornite, il gruppo francese Sanofi assieme al suo partner GlaxoSmithKline riusciranno a ultimare la procedura per il proprio vaccino tradizionale a vettore virale soltanto a fine anno, tanto che in parallelo stanno già testando un vaccino a mRNA sviluppato in collaborazione con l'azienda Translate Bio di Boston (USA). I vincitori della corsa al vaccino sono quindi stabiliti, e ora per loro è tempo di passare alla cassa e raccogliere i frutti del loro successo. E adesso non dovrebbero certo esserne privati soltanto perché il Presidente degli Stati Uniti vuole giocare a fare il salvatore del mondo. La nostra gratitudine non va a Biden, bensì ad aziende quali CureVac, Moderna, BioNTech e compagnia bella.

Nell'anno in corso, Moderna o BioNTech vedranno il loro fatturato moltiplicarsi e iscriveranno a bilancio utili ragguardevoli – semplicemente perché se li sono guadagnati tutti. E perché per anni hanno condotto le proprie ricerche senza generare un dollaro o un euro di utili e perché davanti alla prospettiva di una pandemia hanno affrontato senza paure un rischio senza precedenti. Mentre un anno fa la politica e i cittadini credevano che il peggio fosse ormai passato, la piccola azienda BioNTech ha rilevato da un gruppo di portata globale come Novartis un impianto di manifattura nella cittadina tedesca di Marburgo per produrvi il proprio vaccino anti-Covid-19 basato su mRNA. Nel frattempo il gigante farmaceutico Novartis realizza il vaccino di BioNTech per conto di quest'ultima addirittura in un proprio impianto di produzione a Stein, in Argovia. Le prime forniture sono attese nel terzo trimestre. Novartis è quindi divenuta un «fornitore» per BioNTech e nel frattempo anche per CureVac, esattamente come il gigante farmaceutico tedesco Bayer. Un classico scambio di ruoli, figlio dell'innovazione. Secondo quanto riportato nella homepage di Novartis, l'accordo di produzione con BioNTech prevede che «il principio attivo basato su mRNA venga prelevato presso BioNTech in grandi contenitori e, in condizioni asettiche, venga infialato per poi essere restituito a BioNTech per la distribuzione a livello globale a clienti del settore sanitario». Se il brevetto sulla tecnologia mRNA venisse liberalizzato, conseguiremmo senz'altro economie di scala ma al contempo definiremmo anche incentivi economici completamente errati e fuorvianti in prospettiva futura. Le dimensioni e la massa critica toglierebbero il terreno da sotto i piedi alla cultura (più) flessibile delle start-up e della ricerca di frontiera. La strategia adottata dai più non sarebbe quindi più improntata all'attivismo bensì all'attendismo – una vera e propria Waterloo dell'innovazione. La colpa per la scarsità degli approvvigionamenti di vaccini non è imputabile ai brevetti, bensì al fatto che i gruppi farmaceutici (grandi o piccoli che siano) hanno bisogno di tempo per rimodulare le loro risorse produttive sulla nuova tecnologia oppure per realizzare ex novo degli impianti di produzione. Stiamo infatti parlando di consegne nell'ordine di grandezza dei miliardi. Un'altra questione è stabilire se Biden con il suo lampo di genio abbia fatto un autogol. E lo stesso vale per la questione su chi in futuro deciderà se un brevetto potrà continuare o meno a godere della debita protezione. L'innovazione, come insegna Silicon Valley e non solo, è per eccellenza il motore della creazione di valore futura. E questo non significa certo principiis obsta! I cinesi accoglierebbero a braccia aperte la possibilità di avere accesso in futuro alle tecnologie americane attualmente protette da brevetto. I brevetti non sono un bene pubblico, bensì una proprietà privata, anche in tempi di pandemia.