Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Bye bye crescita, addio inflazione!

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Edizione 23.10.2019 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

Lo scorso fine settimana si è tenuta la tradizionale riunione autunnale del Fondo Monetario Internazionale (FMI). La radio svizzera ha commentato l'evento chiosando che a Washington si è riunita l'élite economica e politica globale. Proclami analoghi si sentono anche quando i potenti del mondo si recano in pellegrinaggio a Davos per il World Economic Forum (WEF). Ma voi seguite realmente quello che accade durante questi eventi? Io sono quasi obbligato a occuparmene in ragione della professione, ma devo ammettere che lo faccio più o meno con scarsa convinzione. In ultima analisi, infatti, durante tali eventi la cosiddetta élite gira in tondo attorno ad argomenti privi di peso: come consueto in molti congressi del genere, spesso il programma ha una rilevanza marginale e costituisce soltanto la cornice generale. Per i partecipanti, la cosa veramente importante è essere presenti e fare networking. Dal punto di vista dell'FMI come istituzione si tratta ovviamente di qualcosa di più, ovvero il conseguimento una buona dose di visibilità sul proprio operato. Non da ultimo, tutto ciò è necessario affinché i flussi di capitali continuino a scorrere anche in futuro.

E in questo la maestria del Fondo Monetario Internazionale è pressoché perfetta. Innanzitutto mette in gioco se stesso. Perché l'FMI può intervenire soltanto laddove sussista una situazione di emergenza economica conclamata. Esso giudica quindi lo scenario attuale della congiuntura mondiale in modo scettico: per il 2019 si prospetta per l'economia globale una crescita soltanto del 3 % – un livello tanto basso quanto non si registrava più dai tempi della crisi finanziaria. A chi importa veramente se alla fine del 2019 mancano ancora poco più di due mesi? In fondo è indifferente. Altrettanto ininfluente è l'osservazione formulata nelle prospettive economiche dell'FMI di metà ottobre, in cui si legge che il ritmo dell'economia ha mostrato segnali di ulteriore rallentamento a partire da aprile. Si tratta in sostanza di un superamento del passato, ma anche di un mezzo per raggiungere lo scopo, in quanto le prospettive future vengono così offuscate. Inoltre, l'FMI individua ovviamente anche rischi specifici per il futuro – nella fattispecie, le dispute commerciali e gli elevati livelli di indebitamento che caratterizzano numerosi Stati. E, altrettanto ovviamente, il Fondo ha già in serbo anche opportuni consigli per sconfiggere il male nel mondo.

 

Un consiglio insensato e ricette stantie

La nuova direttrice dell'FMI, la bulgara Kristalina Georgiewa, ha informato che i membri del Fondo hanno parlato tra l'altro di come indurre i Paesi ad attenersi alle regole del commercio mondiale, se non addirittura a migliorarle. Quest'ultimo aspetto appare come pura utopia, tanto più in un periodo in cui il commercio globale è finito in modo unilaterale sotto un pesante fuoco di fila. L'FMI dovrebbe essere dichiararsi già soddisfatto se il commercio mondiale non subirà ulteriori bordate. La ricetta di esercitare una maggiore pressione collettiva sui Paesi che si oppongono alle suddette regole sembra avviata a produrre effetti decisamente controproducenti. Al più tardi quando la pressione dovrà essere indirizzata sugli USA. Appare infatti quantomeno improbabile che il presidente statunitense Donald Trump venga indotto da una simile «pressione» a modificare la sua rotta erratica nelle questioni di commercio estero. Al contrario: alla pressione, Trump risponde piuttosto con una reazione uguale e contraria. Dalla soffitta delle idee stantie il FMI ha rispolverato anche il tema della politica fiscale. Ma quanto paradossale è un approccio del genere? Il Fondo lamenta infatti che gli elevati livelli di debito pubblico costituiscono un rischio latente per la congiuntura mondiale, ma al contempo invita a fare ancora più debiti. In questo caso, l'indice è puntato chiaramente sulla Germania; oltre che su Paesi Bassi e Corea del Sud, i quali sono stati menzionati esplicitamente. La Germania è, si noti bene, l'unica grande economia dell'UE che in un futuro prossimo potrebbe raggiungere i criteri di Maastricht per quanto concerne il debito pubblico (60 % del prodotto interno lordo). Probabilmente presso l'FMI (e, ormai da tempo, non solo in tale sede), si è del parere che un indebitamento statale del 60 % sia una bazzecola rispetto alla totalità della prestazione economica annua di un Paese. A tale riguardo il capo economista della BCE, Philip Lane, ha sottolineato che il moltiplicatore (ossia il grado di efficacia) delle misure fiscali è attualmente decisamente elevato. Sicuramente è cosa buona e giusta, ma bisogna ricordare che in Germania vige una situazione di piena occupazione. Che cosa si vuole dunque stimolare attraverso la politica fiscale in tale Paese? Ebbene, la Germania deve evidentemente seguire le orme degli USA, dove nel bel mezzo di una fase di congiuntura a pieno regime Donald Trump ha lanciato un pacchetto fiscale che ha comportato un'ulteriore esplosione del deficit di bilancio. Secondo i manuali, un uso più prociclico della politica fiscale non potrebbe essere fatto. Può darsi che la Germania abbia un indebitamento molto inferiore rispetto ad altri Paesi industrializzati, ma giungere partendo da tali basi alla conclusione che si potrebbero fare più debiti soltanto per stimolare l'economia nel breve periodo è assolutamente fuorviante. In Svizzera, almeno il consigliere federale Maurer ha parlato senza peli sulla lingua: non sussiste alcun motivo per lasciarsi andare a iniziative di attivismo sul piano della politica fiscale. E ha perfettamente ragione.

 

Più indebitamento, più clienti

Anche ai profani in materia di economia è chiaro ormai da tempo che gli Stati industrializzati altamente indebitati non saranno mai in grado di rimborsare i propri debiti, né mai lo faranno. Per ridurre almeno un po' l'entità del debito (reale) senza provocare danni a nessuno sono necessari due fattori: crescita o inflazione. Possibilmente addirittura assieme. Dopo che la politica monetaria cerca ormai invano già da dieci anni di ridare slancio all'inflazione, i governi sono ora chiamati almeno a generare (più) crescita. E sarebbe necessario non tanto un fuoco di paglia (unilaterale), bensì una crescita sostenibile ovvero, concretamente, misure in grado di innalzare la crescita potenziale su un livello più elevato. Ma attualmente tutto ciò appare una missione impossibile, a causa di fattori quali saturazione, invecchiamento demografico e, non da ultimo, anche ecologia. Nelle economie mature, crescita quantitativa e obiettivi inflazionistici assurdi sono le misure di grandezza sbagliate per misurare il risultato dell'economia politica. C'è tuttavia da temere che questo o quello Stato (non necessariamente finito sotto i riflettori della riunione di Washington) dia davvero seguito alla raccomandazione del Fondo Monetario Internazionale. In questo modo l'FMI genera un chiaro potenziale di avere nuovi clienti. Della sua sconfinata capacità di erogazione di crediti, la cui entità è stata confermata sempre a Washington in 1'000'000'000'000 (mille miliardi) di dollari, attualmente viene utilizzato soltanto poco meno di un quarto – in gran parte a favore dell'Argentina. E proprio nel Paese sudamericano ampie fasce della popolazione sono ridotte alla fame, sebbene l'Argentina sia un dei maggiori esportatori di generi alimentari al mondo. I debiti – per dirla con una punta di malizia – sono il modello d'affari dell'FMI come istituzione. Nel momento in cui il debito rompe gli argini, il Fondo può calarsi nel ruolo di dottore anticrisi ed entrare così in scena. A tale scopo dispone di ampie riserve di credito ancora disponibili. Un atteggiamento che ricorda la tattica di Donald Trump in Siria. Ritirare le truppe in modo da scatenare una situazione di caos assoluto, per poi celebrare il cessate il fuoco negoziato con la Turchia come grande successo che ha «salvato milioni di vite». Insomma: pompieri nella teoria, piromani nella pratica.