Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Meno petardi, più pane

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Edizione 04.08.2021 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

La carenza di microchip perdura sul mercato e frena la produzione mondiale di autovetture. Quest'anno in Europa potrebbero quindi essere ben cinque milioni in meno i veicoli fabbricati rispetto a quanto le capacità produttive in realtà consentirebbero. Nell'edilizia le aziende sono alla spasmodica ricerca di legno, acciaio o altri metalli, la cui disponibilità continua a essere rarefatta. I portafogli degli ordinativi dell'industria sono debordanti, ma la carenza di determinate materie prime o di prodotti intermedi impedisce di evadere tali incarichi in tempi ragionevoli.

In realtà si tratta quasi di problemi di abbondanza, almeno considerando lo stato in cui la nostra economia versava poco più di un anno fa. Anche le strade sono percettibilmente più brulicanti di vita e la nostra mobilità torna ad aumentare. Le terrazze dei caffè e dei ristoranti sono di nuovo gremite di avventori, nei negozi i clienti si accalcano e le vendite vanno a gonfie vele. E di nuovo siamo già quasi al punto in cui tutti si comportano come se il coronavirus non esistesse. Da dove proviene tutta questa leggerezza, che si spera non sia piuttosto avventatezza?

Innanzitutto abbiamo il fattore-vaccino. Quasi la metà della popolazione elvetica è ormai completamente immunizzata. È vero che il ritmo delle vaccinazioni evidenzia un rallentamento e che risulta difficile mobilitare gli scettici. Cionondimeno l'elevato tasso di vaccinazione fornisce una sensazione di ingannevole sicurezza, per quanto in realtà sia ancora un po' troppo presto per cullarsi in questa illusione. Nelle palestre l'obbligo di indossare la mascherina è di fatto soppresso e l'economia procederebbe volentieri su questa strada, abolendo senza troppi problemi tale obbligo nei supermercati e nei centri commerciali. Un ulteriore volano del clima di leggerezza è il trend attualmente in corso di rivitalizzazione della vita pubblica, in quanto questo aspetto sprigiona un ampio ventaglio di forze economiche. Le famiglie non vedono l'ora di potersi nuovamente godere qualche ora di spensieratezza fuori casa e riempiono dunque i ristoranti. E quasi tutti fanno o hanno fatto programmi per le vacanze, anche se per mete più vicine che lontane, e gli alberghi presentano elevati tassi di occupazione. Sì, la Svizzera può finora davvero ritenersi fortunata di essersela cavata con così poco.

Il fatto che la leggerezza non si tramuta in avventatezza ha un motivo importante: nel contesto della crisi da coronavirus facciamo comunque molte cose in modo migliore dei nostri vicini. Una gestione meno erratica dell'emergenza, misure generalmente meno restrittive, decisioni di riapertura più coraggiose e, soprattutto, una popolazione che pur guardando criticamente il mondo della politica si attiene in linea di massima alle disposizioni dettate da Berna. Probabilmente sarebbe stato possibile fare meglio alcune cose, ma non molte. Grazie a misure oculate possiamo ora di nuovo godere di quasi tutte le libertà di cui ci beavamo prima della pandemia, tranne per quanto riguarda gli eventi di massa, ovviamente. E fin qui ci siamo. Finora quasi ognuna e ognuno di noi ha vissuto il divenire della pandemia in modo diverso, ma in prospettiva futura molti modificheranno i propri comportamenti probabilmente anche in modo duraturo. Il lavoro in modalità home office è oggi un punto fermo inamovibile di molte realtà professionali, lo shopping online è ormai irrinunciabile e il numero degli abbonati di Netflix & co è in costante crescita. Finora l'imperativo dominante era quello di stare di più a casa o comunque vicini a casa invece che intraprendere lunghi viaggi. Adesso ognuna e ognuno di noi sta ritrovando pian piano un piccolo pezzo di normalità, anche se molti non torneranno più ai vecchi ritmi. Quello che invece viene portato avanti contro ogni ragionevolezza è molto rumore per nulla. E per rumore intendo quello del 1° agosto.

Ovviamente sono un patriota e ritengo che la nostra Festa nazionale sia una giornata importante, che ognuna e ognuno dovrebbe poter vivere in modo adeguato, esattamente in base alle proprie inclinazioni e preferenze. Ma il 1° agosto deve essere davvero sempre così rumoroso? In occasione di una festa di Capodanno ai tempi dei miei studi universitari avevamo coniato lo slogan «Meno petardi, più pane». Eravamo all'inizio degli anni '80 dello scorso secolo e tutti erano particolarmente sensibili verso la questione della fame nel mondo. Quindi avevamo festeggiato senza i consueti botti, senza razzi, fuochi d'artificio e piramidi pirotecniche. Tutto era andato in maniera fantastica, come del resto è possibile immaginarsi, e l'atmosfera festosa non ne aveva per niente risentito. Per quale motivo dunque bruciamo letteralmente circa 3 franchi a testa in fuochi d'artificio? Per motivi di tradizione, dicono i fautori dei botti, mentre i contrari adducono motivazioni quali spreco, inquinamento acustico e ambientale e grave stress ai danni di tutti gli animali. E a dire il vero non hanno tutti i torti. Ma i nostri razzi e botti sono per noi come le armi per gli americani: una questione privata, in cui non vogliamo ingerenze esterne e a cui non intendiamo rinunciare, e chiuso il discorso. Quindi anche quest'anno ho dovuto rinchiudere il mio cane in un luogo protetto quando è iniziato il bombardamento e un importo stimato di venti milioni di franchi è andato letteralmente in fumo. Una consuetudine stupida, che ai tempi del coronavirus avremmo potuto tranquillamente lasciarci alle spalle. Da un punto di vista economico, tutto questo bailamme genera un valore aggiunto sideralmente inferiore rispetto ai costi generati. Una pura follia dell'umanità che si perpetua anno dopo anno, come domenica scorsa abbiamo potuto vedere con i nostri occhi e soprattutto sentire con le nostre orecchie in tutta la Svizzera.