Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Una storia formidabile

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Edizione 06.02.2020 – Il parere dell'economista capo di Raiffeisen

Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen
Martin Neff – Economista capo di Raiffeisen

La scorsa settimana l'influenza mi ha ridotto a uno straccio. Letteralmente. Si tratta peraltro del motivo per cui non avete ricevuto il mio consueto commento settimanale sui mercati. La testa mi scoppiava e non riuscivo a concentrarmi. È evidente che sono stato colpito in pieno dall'ondata di epidemia influenzale che sta attualmente imperversando in tutta la Svizzera e che è stata confermata come tale sulla scorta delle misurazioni dell'Ufficio federale della sanità pubblica.

Secondo la definizione corrente, un livello di epidemia viene raggiunto se su 100'000 abitanti si registrano poco meno di 70 casi sospetti di influenza. Fino dalla seconda settimana di gennaio questo valore viene costantemente superato e, anzi, la sua intensità è addirittura aumentata. A fine mese il numero di casi sospetti si attestava su livelli tre volte superiori a quello di soglia. Davanti a simili ordini di grandezza, non è poi tanto un caso fortuito ammalarsi; anzi, esiste una probabilità tutt'altro che trascurabile. Se poi in famiglia è già il più piccolo a beccarsi l'influenza, come del resto sette dei circa venti suoi compagni di classe, allora la probabilità di un contagio si trasforma in una certezza pressoché totale.

Solo due settimane fa eravamo allegramente a spasso a Lucerna. Poi, il giorno seguente lo stato di salute del mio rampollo più giovane è peggiorato in modo repentino e il verdetto del termometro è stato ineluttabile. Lo abbiamo quindi subito messo a letto al calduccio, ma prima di addormentarsi il fanciullo è riuscito ancora a dire: «Papà, credo che sia colpa dei cinesi». Succede proprio così, quando il mondo intero è in apprensione per la diffusione di un nuovo virus sconosciuto. E non si arresta nemmeno davanti al portone delle scuole svizzere, vista la sua onnipresenza nei media. In realtà, per quanto possiamo rantolare o tirare su con il naso, un'ondata influenzale è semplicemente qualcosa di troppo normale, anche se diviene un'epidemia. Il coronavirus è invece uno spauracchio sulla bocca di tutti grazie alla sua presenza pervasiva nei media, i quali a loro volta tracciano uno scenario perfetto per l'agente patogeno. Attualmente, chi già è sofferente per la «normale» influenza deve sorbirsi anche un ampio repertorio di frasi idiote. Invece di «buona guarigione», ad esempio è di moda dire: «Beh, appena tornato dalla Cina?». Insomma: oltre al danno anche la beffa. E un trattamento del genere non lo meritano né l'acciaccato paziente influenzato in Svizzera, né tantomeno i cinesi fatti bersaglio di scherno e di ogni sorta di frizzi e lazzi da decerebrati sui social media. Anche nel giornalino per bambini «Spick» imperversano freddure come questa: «Perché il coronavirus non può vivere a lungo? Perché è ». E io stesso ho sentito persone dire a mezza voce che era solo questione di tempo prima che accadesse una cosa del genere, viste le condizioni (di convivenza igienica) in cui vivono i cinesi.

 

A ognuno il suo

Per la massa di persone che non ne sono colpite, un fenomeno come il coronavirus è in realtà un colpo di fortuna. È così ad esempio per la società (in)civile, perché finalmente riceve in pasto qualcosa di succoso di cui (s)parlare. E questo unisce le persone. Tutti possono improvvisarsi virologi e prevedere allegramente se presto la pestilenza ci falcerà tutti o se invece già domani nessuno ne parlerà più. Per i mass media il virus è una manna dal cielo, in quanto si nutrono di catastrofi e ne sono i veri e propri beneficiari in virtù dell'aumento delle tirature. Per la politica il virus rappresenta poi un'ottima occasione per vestire i panni del salvatore, del protettore o anche soltanto dell'osservatore professionale e premuroso, oppure per profilarsi agli occhi dell'opinione pubblica, preferibilmente nei media, attraverso idee balzane o con un know-how particolarmente incisivo. Ce n'è quindi quasi per tutti, finché la distanza dalla catastrofe è sufficientemente ampia. Le cose sono invece decisamente diverse per le «poche» persone davvero colpite: quando donne e uomini dai lineamenti asiatici vengono improvvisamente discriminati ed emarginati, la situazione è preoccupante. Il mondo non è mai stato tanto propenso alle generalizzazioni: che una persona sia vietnamita, thailandese o coreana è ormai indifferente. La semplice formula recita: Estremo Oriente = Cina = potenziale portatore del virus. Per così dire, il coronavirus spalanca la porta di servizio al razzismo più becero. I politici cinesi sono parimenti ben poco entusiasti della crisi: a differenza dei loro colleghi di tutto il mondo, quantomai zelanti ma non colpiti direttamente dal virus, si tengono lontani dalla ribalta mediatica. Del resto, quale politico mette milioni dei propri cittadini praticamente in quarantena e per giunta se ne vanta con la stampa?

 

Veleno anche per l'economia?

Finora i mercati hanno osservato con distacco gli accadimenti in merito al coronavirus, anche se occasionalmente tendono al nervosismo e se le borse cinesi hanno ovviamente accusato pesanti contraccolpi. Gli operatori di borsa si sono già lasciati alle spalle i pettegolezzi e tendono a basarsi sui fatti, esattamente come i medici. E concretamente, in assenza di conoscenze più approfondite, è il numero dei casi a fornire indicazioni circa la virulenza, l'estensione e il ritmo di diffusione del coronavirus. Dei 20'677 contagi noti l'altro ieri in tutto il mondo, 20'483 sono in Cina. In Germania sono noti 12 episodi; in Svizzera finora si sono registrati 50 casi sospetti, ma al momento nessuno ha trovato conferma. Eppure quasi ogni emittente radiofonica nostrana pontifica ogni giorno sul tema con titoli come: «Adesso dobbiamo avere paura?» oppure «Qual è il pericolo reale per la Svizzera?». Ecco, ho qui pronta la risposta: non ne abbiamo la più pallida idea e dovremmo quindi astenerci dall'esprimerci a riguardo. Per il momento stiamo parlando di un'epidemia locale, regionale o tutt'al più nazionale, ma non di una pandemia. Questa opinione è stata sostenuta l'altro ieri anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Fino a martedì i morti registrati erano 425. Ciò significa che, sulla base delle osservazioni finora effettuate, un caso su 50 ha un esito infausto. Nella misura in cui questo rapporto non subisca variazioni considerevoli, anche le conseguenze economiche dovrebbero permanere entro limiti gestibili. La situazione potrebbe degenerare a livelli di criticità in caso di aumento esponenziale del numero dei casi e di una crescita più che proporzionale anche del tasso di mortalità. Ad esempio è preoccupante che il tasso di mortalità nell'epicentro di diffusione del virus, la provincia di Wuhan, sia pari al 4,9 %, ovvero oltre il doppio rispetto al tasso di mortalità globale. Ma i dati indicano soprattutto una cosa: è necessario continuare a effettuare osservazioni e misurazioni, adottando ove possibile tutte le opportune misure di protezione. Ovviamente sarebbe importante potersi fidare dei cinesi, in quanto tutte le cifre provengono da loro. Purtroppo circolano invece accuse secondo cui il governo cinese avrebbe voluto occultare il focolaio del coronavirus, e ciò non costituisce certo una base di fiducia incoraggiante per la raccolta di elementi oggettivi. Attualmente il panico, soprattutto dall'altra parte del globo, è tanto inopportuno quanto un attivismo esasperato. Sappiamo infatti ancora troppo poco, e men che meno sulle possibili conseguenze a carico dell'economia reale. Per il momento la borsa ha inquadrato bene lo scenario e messo da parte il panico. Il clamore non è tuttavia destinato ad attenuarsi, in quanto l'argomento resta comunque un vero e proprio blockbuster.